In un importante saggio di fine anni ’90 il britannico Jeremy Seabrook scriveva che “Infrastrutture” è la nuova parola in codice per sgomberare dalle città gli insediamenti dei poveri; forse accade così fin dalla nascita delle città, fatto sta che vent’anni dopo l’affermazione è più che mai reale e tangibile.

Solo poche settimane fa ha raggiunto la ribalta mediatica l’imponente sgombero nello slum di Kibera a Nairobi (sembra abbia interessato 30.000 persone), per fare spazio a una nuova superstrada strategica per la mobilità della capitale Keniota, ma quotidianamente avvengono sgomberi più o meno violenti in moltissime città del sud del mondo.

E il motivo è quasi sempre lo stesso: l’esigenza di fare spazio a nuove infrastrutture.

Nella nostra mentalità positivista e basata sul culto della tecnica le infrastrutture sono fondamentali per il funzionamento e lo sviluppo di una città e hanno importanti ricadute sulla sicurezza del territorio e sulla sostenibilità, in contesti fragili come gli slum però esse diventano quasi sempre una maledizione.

Per i poveri urbani la realizzazione di nuove infrastrutture non determina mai l’aumento di servizi, benessere, sicurezza, al contrario porta distruzioni e sgomberi durante la realizzazione e anticipa la totale rimozione del quartiere, reso appetibile dai nuovi servizi.

Se è normale che aree pubbliche come quelle su cui ricadono molti slum siano utilizzate per garantire lo sviluppo urbano è anche vero che le infrastrutture diventano spesso la scusa per mettere in atto iniziative di speculazione edilizia (il caso di Makoko a Lagos è forse il più antico e grande esempio).

Nelle nostre città assistiamo a un procedimento più “soft” che chiamiamo gentrification, e cerchiamo di combatterne gli effetti nefasti sull’esclusione sociale; ad altre latitudini non è stato coniato un termine preciso ma il fenomeno esiste e lascia per strada morti, fame e disperazione.

In generale le infrastrutture “strategiche” non sono mai pensate per chi vive negli slum: vengono realizzate in quelle aree ma sono a servizio di altri, in genere della piccola percentuale benestante della città o della crescente middle class.

Sono infatti molto pochi gli interventi di messa in sicurezza del territorio rispetto a opere stradali, reti di servizi, poli commerciali o produttivi che determinano l’allontanamento verso la periferia dei poveri urbani.

L’assenza di mappe dettagliate e di dati precisi sulle aree occupate da slum esaspera il problema: anche quando l’intenzione non è meramente speculativa può capitare infatti che il tema degli sgomberi e delle ricadute sociali, economiche e politiche venga sottostimato dal momento che non si ha l’esatta idea di quanta gente sia interessata da trasferimenti forzati.

Nei contesti occidentali la realizzazione di infrastrutture è accompagnata da importanti interventi detti di compensazione, che tendono a “risarcire” le comunità interessate, il territorio o il patrimonio ambientale attraverso incentivi, opere accessorie o strategie di valorizzazione, in questi contesti delicati però (e non solo in questi) la compensazione rischia di essere però l’obolo o peggio la foglia di fico che copre disastri a lungo termine.

Risposte alternative e più interessanti vengono, come spesso accade, da paesi emergenti con una lunga esperienza sul tema della povertà urbana come l’India.

Da diversi anni in alcune città indiane si sperimentano infatti iniziative di slum networking: la realizzazione di nuove infrastrutture (soprattutto idriche e fognarie) destinate ai quartieri “ricchi” è studiata accuratamente in modo da poter servire gli slum che vengono attraversati, non solo permettendo l’allacciamento a queste reti ma utilizzando, ad esempio, gli spazi aperti che si vengono a creare come strade di accesso, canali di scolo o spazi produttivi a disposizione delle comunità.

Un approccio puramente tecnico porta a cercare la massima efficienza e il massimo profitto, in quest’ottica gli slum diventano un semplice problema da rimuovere in nome del “progresso”, ma una città non è una semplice macchina da fare funzionare nel migliore dei modi, è innanzitutto un luogo che assume un significato solo grazie all’insieme delle persone che la abitano, la creano e la rendono viva ogni giorno.

E in molti casi sono soprattutto i “poveri” a animare e rendere vive città destinate altrimenti a diventare dormitori o, peggio, ammassi di infrastrutture.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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