Cinta dalle sue antiche mura e collegata al resto del mondo dalle sue cinque porte imbiancate a calce la città di Harar, o Jùgol come la chiamano i suoi abitanti, sembra assopita in una dimensione senza tempo.

La modernità ha tentato di fare breccia nella più importante città musulmana d’Etiopia attraverso una nuova grande porta e la strada che conduce dritta alla piazza principale, ma nonostante i negozi, i bar e l’incessante fila di tuk tuk l’anima della città sembra rimasta impassibile a questo banale tentativo di razionalizzazione.

Girato un qualsiasi angolo si scende infatti in un dedalo di vicoli sconnessi che racchiudono oltre 80 moschee e paiono scavati nella roccia; ad eccezione delle strade di mercato infatti le mura delle case non hanno alcuna apertura, se non grandi portoni quasi sempre chiusi.

Harar è quindi una città senza finestre, in cui lo spazio pubblico della strada non ha nessun rapporto con la dimensione intima delle abitazioni; i portoni si aprono infatti su ampi cortili interni attorno ai quali si sviluppano le case hararine: una serie di stanze affiancate che si affacciano sullo spazio aperto in cui si concentrano le attività quotidiane.

La straniante assenza di aperture sulle pareti che costeggiano i vicoli ha permesso ad Harar di diventare un luogo unico al mondo: gli ampi muri ciechi sono infatti diventati supporti ideali per essere riempiti di colore.

Verde brillante, turchese, giallo, indaco, rosso mattone, persino rosa shocking sono i colori che si alternano casa dopo casa, intrecciandosi spesso in decorazioni geometriche e rendendo ogni vicolo di Harar un’esplosione di colori indescrivibile.

Ogni anno alla vigilia del mese di ramadan le famiglie hararine ridipingono le proprie case con colori diversi, la città cambia così aspetto anno dopo anno, rivestendosi di nuovi vivaci riflessi.

Come contrappunto a questi sfondi gli elegantissimi vestiti delle donne che affollano le strade della città creano per un attimo contrasti e rapporti tonali unici e sempre diversi.

Una festa per gli occhi che si attenua solo dopo il calare del sole, quando soltanto qualche sparuta lampadina accende di colore un angolo di strada.

La notte di Harar, buia e intervallata dai lugubri richiami delle iene è il regno dei senza tetto, che affollano ogni anfratto riparato per riposare; la mattina da ogni angolo nascosto spuntano mendicanti macilenti, con gli occhi spenti, il passo barcollante e i corpi devastati dal chat.

E il chat è ovunque, ad Harar, ammucchiato in sacchi stracolmi sui carretti in fila verso il mercato, steso su teli consunti negli spartitraffico della piazza, sminuzzato e risucchiato nella guancia sinistra rigonfia di anziani seduti all’ombra fresca di un muro, persino abbandonato ai bordi dei vicoli al calare della sera, quando le foglie malconce e rinsecchite non sono più vendibili.

Un fiume verde che sembra essere insieme la fortuna e la disgrazia di una città sospesa in una dimensione parallela, senza finestre attraverso cui guardarsi ma piena di colori in cui rispecchiarsi con sempre nuovi riflessi.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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