In questi giorni siamo ad Addis Abeba alla conferenza internazionale “Through Local Eyes” a discutere di inclusività, pianificazione e ruolo dell’informalità nelle città Africane contemporanee; ecco un assaggio del nostro contributo.

Come semplici cittadini o come addetti ai lavori siamo abituati a osservare gli slum e le aree di povertà urbana a partire dai loro problemi, da ciò che manca o dalle ricadute negative che essi causano ai quartieri circostanti.

Anche la definizione stessa di cosa è o non è uno slum si basa sull’assenza di servizi o sul mancato raggiungimento di diversi standard; una visione “in negativo” supportata spesso da fotografie di degrado sociale e ambientale che colpiscono facilmente l’immaginario.

Può esistere un punto di vista differente?

Le città contemporanee, specialmente le metropoli dei paesi emergenti sono organismi straordinariamente complessi e contraddittori, basate su dinamiche imperscrutabili e equilibri fragili ma efficienti.

A differenza dei contesti occidentali in cui i servizi principali hanno una gestione pubblica o, se privata, comunque regolamentata ed “esplicita” queste città si affidano a una rete sommersa di attività informali, iniziative individuali o a carattere collettivo che offrono risposte straordinariamente efficaci alle esigenze di trasporto pubblico, commercio, distribuzione dell’acqua, offerta di servizi.

Una città parallela e immateriale difficilmente interpretabile da chi non ne è parte e solo apparentemente disorganizzata e frammentata.

In questo contesto gli slum rivestono spesso un ruolo fondamentale nell’equilibrio dell’ecosistema urbano.

La microeconomia di molti insediamenti si basa, ad esempio, sulla raccolta e il riciclaggio dei rifiuti, garantendo un supporto importante ai sistemi di gestione dei rifiuti urbani spesso in crisi e, soprattutto, offrendo spunti virtuosi per strategie alternative ed efficienti.

Gli slum prossimi ai centri direzionali e commerciali delle grandi metropoli hanno invece molto spesso la fondamentale funzione di rendere più accessibile il mercato immobiliare in quelle zone.

Accade infatti che molte persone impiegate in quartieri in cui gli affitti mensili si attestano su svariate centinaia di dollari trovino una sistemazione in uno slum, evitando ore di trasporto quotidiano dalle periferie al centro.

Ne consegue che la composizione sociale in alcuni insediamenti è straordinariamente varia: non solo i più poveri fra i poveri abitano questi vicoli ma anche diversi funzionari pubblici come poliziotti, miitari, impiegati, infermieri, addirittura medici.

Il tema delle microeconomie informali è però il più interessante: alcuni insediamenti, grazie a una posizione vantaggiosa e all’iniziativa di alcuni residenti riescono ad imporsi come luoghi strategici rispetto ai flussi di merci o persone dell’intera città, ideando persino sistemi alternativi e sostenibili di trasporto.

E’ il caso ad esempio di alcuni slum costieri di Freetown adiacenti ai principali mercati della città.

L’autorealizzazione di moli da parte dei residenti permette a grosse canoe da trasporto di attraccare nello slum cariche di prodotti agricoli, carbone o pesce fresco recuperati nei villaggi della baia e scaricati direttamente nel centro città.

La ricaduta ambientale di questo sistema è notevole: oltre a differenziare le zone di approvvigionamento e produzione (soprattutto del carbone) ogni canoa riduce il numero di camion lungo le perennemente congestionate strade urbane, abbassando il drammatico livello di inquinamento dell’aria.

Piccoli segni, forse impercettibili ma con effetti importanti sull’ambiente e sulle vite quotidiane di molte persone.

Partire dal riconoscere queste opportunità e il ruolo importante che gli slum possono assumere nell’equilibrio degli organismi urbani complessi è doveroso, ribaltando il classico punto di vista in negativo per iniziare finalmente a rafforzare e implementare i punti di forza e le occasioni già presenti in questi insediamenti.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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