La settimana scorsa, in occasione della giornata mondiale dell’alfabetizzazione, parlavamo delle scuole d’Africaluoghi in cui si gioca più che altrove il futuro del nostro pianeta.

In questi giorni due tragiche notizie ci arrivano dal continente: 28 bambini hanno perso la vita a Monrovia nell’incendio della loro scuola mentre almeno 7 sono morti sotto le macerie di una scuola primaria improvvisamente collassata nella periferia di Nairobi.

Notizie che riportano alla mente le tragedie “di casa nostra”, come quelle dell’Aquila e di San Giuliano di Puglia. Disastri che hanno portato a innalzare fortemente i requisiti strutturali degli edifici scolastici per tutelare la sicurezza degli alunni anche in caso di calamità importanti.

In uno dei nostri ultimi post parlavamo appunto di strutture scolastiche e in particolare dell’esigenza di superare la mentalità obsoleta del “meglio la quantità della qualità” in favore di spazi più curati e soluzioni semplici ma più sostenibili.

La cronaca ci ricorda purtroppo che, ancor prima della qualità degli spazi, viene la sicurezza delle costruzioni.

Sembra un discorso scontato ma quanti edifici sono stati costruiti a cuor leggero perché “tanto sono uguali a quelli che ci sono già” o perché “tanto son solo due stanze e poco più”?

Tantissimi.

Si potrà obiettare che le case stesse di quei bambini sono probabilmente molto meno sicure di questi edifici ma questa non può essere un’attenuante.

Si potrà obiettare che comunque sia una struttura in cemento è ben più solida di una in terra ma è davvero così? Assolutamente no.

Il cemento armato infatti è il classico esempio di tecnologia non appropriata esportata in maniera indiscriminata senza trasmissione di conoscenza e competenze.

In pratica abbiamo contribuito a diffondere l’idea che il cemento rappresenti la modernità, ne abbiamo inconsapevolmente favorito la diffusione esponenziale senza però accompagnarla a una formazione sui metodi di dimensionamento e di corretta esecuzione.

In molti casi le strutture in cemento non sono semplicemente inutili ma addirittura molto più pericolose che se si fosse realizzato un edificio in semplice muratura.

Ferri messi a caso senza uno straccio di dimensionamento e casseri tolti dopo un giorno dal getto di cemento (in Italia per normativa ne devono passare ventotto!) sono all’ordine del giorno in tante costruzioni fatte al risparmio, senza un minimo di progetto e senza ingaggiare un tecnico locale che segua l’esecuzione.

Per non parlare dell’importanza che riveste valutare il tipo di terreno su cui stiamo costruendo e la posizione rispetto a corsi d’acqua, pendii o avvallamenti.

Manderemmo i nostri figli in edifici di cui non conosciamo il livello di sicurezza?

Ovviamente no.

Anche la costruzione più semplice e banale richiede una qualche verifica in fase di progetto e un minimo di controllo durante la realizzazione.

Le normative locali ci sono e andrebbero sempre rispettate, in alcuni casi (come nella regione dei grandi laghi che è fortemente sismica) addirittura integrate con standard più elevati.

Diversamente è molto più responsabile lasciare perdere e concentrarsi su altre attività: costruire non è un obbligo, soprattutto se diventa un possibile danno per l’ambiente e un grave rischio per le persone.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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