Nell’epoca della decolonizzazione numerosi intellettuali e storici africani iniziarono a interrogarsi su come riscrivere la storia del continente in un’ottica finalmente afro-centrica.

Apparve subito chiaro che la questione principale riguardava le fonti: le uniche universalmente riconosciute come attendibili, le fonti scritte, erano un’esclusiva dei dominatori mentre le civiltà africane si basavano prevalentemente su fonti e tradizioni orali.

Un vero e proprio scontro fra civiltà e culture mai del tutto risolto.

Una differenza sostanziale che si può riscontrare anche nella produzione di monumenti o di testimonianze architettoniche del passato.

Pur rischiando di generalizzare possiamo vedere come le civiltà occidentali siano spesso state ossessionate dalla realizzazione di edifici o monumenti in grado di durare nel tempo e tramandare ai posteri determinati messaggi.

Al contrario molte grandi civiltà africane (e principalmente dell’Africa occidentale) sembrano basarsi su una concezione simile alla cultura orale, utilizzando materiali più effimeri e affidando la permanenza delle testimonianze storiche alla continua manutenzione, alla reinterpretazione o addirittura al rifacimento delle opere mantenendo le forme e gli stili precedenti.

Il rapporto stretto con la natura porta ad accettare il suo ruolo preponderante, anche come elemento distruttore.

Da qui la perdita progressiva del patrimonio storico e architettonico in molte città, dovuto alla dominazione coloniale ma soprattutto al progressivo mutare della società.

La natura può diventare essa stessa monumento, come nella città di Freetown, emblema della lotta contro la schiavitù, in cui il simbolo principale è un albero: l’enorme e secolare Cotton Tree, intorno al quale sembra venissero incatenati gli schiavi prima di essere imbarcati per le Americhe.

Il cotton tree nei primi anni 60

Pochi giorni fa il Cotton Tree è stato interessato da un lieve incendio, fortunatamente non sufficiente a ucciderlo ma in grado di scatenare polemiche e sterminati dibattiti sull’esigenza di sostituire un’inutile e decrepita pianta con un edificio più moderno e funzionale o con un landmark contemporaneo.

La stessa città, che vanta un patrimonio architettonico unico al mondo e un crescente turismo della diaspora aro-americana, assiste da anni alla distruzione delle storiche case Krio, costruite nella prima metà dell’800 dagli schiavi liberati e ispirate alle tipologie residenziali dell’area del Mississippi.

Mentre il Senegal ha reso l’isola di Gorèe un vero e proprio luogo della memoria, in altre città le testimonianze fisiche del passato sono percepite come un orpello ingombrante, spesso un intralcio alla modernizzazione delle città.

Analogamente a quanto successo in Europa agli albori dello scorso secolo le imponenti mura di cinta di molte città nigeriane sono completamente perdute a causa dell’espansione urbana e della viabilità; la stessa sorte è toccata agli ecosistemi di mangrovie di diverse città costiere, luoghi in cui edifici tradizionali su palafitte, reti di canali e vegetazione convivevano da secoli.

Più diffusa ed estremamente più controversa è la questione riguardo le permanenze del passato coloniale: monumenti, edifici o addirittura intere città realizzate dalle potenze dominatrici e di conseguenza legate a doppio filo con una memoria dolorosa.

Un tema non semplice, dal momento che anche in Italia, probabilmente il paese più conservatore riguardo la tutela delle opere del passato, l’assurdo dibattito sull’opportunità di demolire le architetture realizzate durante il fascismo torna periodicamente agli onori delle cronache.

Un dibattito che dev’essere stato ancora più acceso ad Asmara, capitale dell’Eritrea fondata dagli italiani negli anni ’80 del XIX secolo, in cui le pur meravigliose architetture razionaliste richiamano non solo la dittatura ma anche il periodo coloniale.

La stazione di servizio Fiat Tagliero ad Asmara

Nonostante questo il governo Eritreo, con una lungimiranza ammirevole, è riuscito ad ottenere l’inserimento del centro storico nel patrimonio UNESCO, varando inoltre una rigidissima politica di tutela degli edifici esistenti e una serie di parametri urbanistici come le altezze massime degli edifici di nuova costruzione per mantenere omogenea l’immagine della città.

Altro esempio interessante è quello della vicina Etiopia, in cui lo sviluppo urbanistico di molte città ha rispettato i monumenti preziosissimi come ad Axum, Lalibela e Gondar o la forma urbana dei centri storici come ad Harar.

Città antichissime con un patrimonio di assoluto rilievo che anche grazie a queste scelte sono state preservate e sono diventate meta di un turismo culturale sempre più consistente.

Una delle antiche porte della città di Harar

La distruzione o la mancata conservazione di testimonianze storiche, oltre a limitare l’attrattività turistica di una città rappresenta soprattutto una perdita inestimabile di diversità culturale e sociale.

I vertiginosi tassi di urbanizzazione e la speculazione edilizia stanno infatti contribuendo a creare panorami urbani estremamente banali: non-luoghi ripetitivi e privi di qualsiasi peculiarità locale.

A questo si aggiunge una crescente mentalità che vede nel nuovo a tutti i costi l’emblema di un non ben definito “sviluppo”, non solo dal punto di vista architettonico o infrastrutturale ma anche riguardo le abitudini quotidiane e le tradizioni.

Si cerca ad esempio di rimuovere i mercati di strada o di confinarli in aree predefinite e “nascoste”, di contrastare le innumerevoli micro-attività informali che affollano i marciapiedi o gli slarghi dimenticando che è la vitalità delle strade la vera essenza peculiare della città africana.

Non solo le architetture o i monumenti storici quindi, ma l’insieme indissolubile fra la forma urbana, le attività che quotidianamente si svolgono nelle strade e l’uso creativo degli spazi è l’immenso patrimonio materiale e immateriale da tutelare e preservare.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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