Terra e fango sono gli elementi costruttivi tipici dell’immaginario collettivo riguardo un’Africa rurale, incontaminata e sospesa nel tempo.

Quell’Africa idealizzata esiste solo nella mente di qualcuno: la realtà del continente è (fortunatamente!) infinitamente più complessa e molto più dinamica.

Questo dinamismo creativo coinvolge anche i materiali da costruzione cosiddetti “tradizionali” che hanno trovato nuove applicazioni e nuova fortuna nelle sterminate realtà urbane in continuo sviluppo.

Terra e fango sono materiali generalmente reperibili quasi ovunque e soprattutto gratis o a bassissimo costo, questo ne determina la grande fortuna negli slum o più in generale in quartieri informali sorti grazie all’autocostruzione.

L’utilizzo di terra o fango in questi contesti urbani è molto differente rispetto alle aree rurali, difficilmente infatti si osservano edifici isolati interamente realizzati in mattoni crudi o in banco, più frequentemente si tratta di parti di edifici, singole pareti, rinforzi o muri perimetrali.

In alcuni casi l’edificio in terra è visto come meno “effimero” e provvisorio rispetto alla classica baracca in lamiera e viene quindi realizzato una volta raggiunta una relativa solidità economica e una maggiore sicurezza rispetto ai rischi sempre concreti di sgombero.

Tecnologie in terra e fango

Adobe, Pisè, Terrapaglia sono tecnologie relativamente conosciute su cui fior di esperti in Italia e all’estero hanno scritto saggi, sviluppato sperimentazioni e organizzano regolarmente corsi di applicazione pratica. Questo articolo non si sostituisce alla letteratura esistente ma si limita invece ad approfondire le soluzioni più legate all’autocostruzione in alcuni contesti del continente africano, principalmente urbani.

Il metodo tradizionalmente più utilizzato nei paesi con buona reperibilità di legname è sicuramente quello noto come mud & wattle, mud & stick, daub, bois-torchis o con una moltitudine di termini locali che indicano le varianti di un unico ed efficace sistema costruttivo: un telaio strutturale in legno con applicato un tamponamento a base di terra.

Il sistema è relativamente semplice: si costruisce una gabbia in legno che sorregge il tetto, con pilastri verticali a una distanza regolare compresa fra i 10 e i 30 cm a seconda della dimensione dei pali (solitamente con un diametro intorno ai 5 cm).

L’orditura orizzontale può essere realizzata con una serie ortogonale di elementi simili oppure con elementi più sottili e flessibili intrecciati con i pali verticali. Tradizionalmente le giunzioni sono realizzate con corteccia o fibre vegetali ma in aree urbane si usano oggi fili di plastica o brandelli di teli e sacchetti recuperati.

Creata la gabbia strutturale viene realizzato il tamponamento ottenuto con pani di fango pressati e impilati uno sopra l’altro sui due lati della struttura in legno; infine si intonaca la superficie con uno strato di finitura sempre in fango coin aggiunte di fibre vegetali o materiale organico.

Questa tecnica rappresenta un investimento relativamente importante per la quantità di legname necessaria (4 o 5 volte maggiiore rispetto a una baracca in lamiera) la lavorazione, il trasporto del fango (specie in alcuni slum non immediatamente disponibile nell’intorno) e i tempi di asciugatura. Indica quindi una relativa stabilità economica del nucleo familiare o più spesso la realizzazione di alloggi di slumlords destinati a essere affittati.

Tecniche riconducibili all’Adobe, o più in generale a una muratura tradizionale in mattoni cotti al sole sono presenti ma sempre meno diffuse.

L’autorealizzazione di questi elementi è infatti possibile solo in aree rurali dal momento che sono necessari ampi spazi per l’asciugatura dei mattoni.

Il peso e la forma dei blocchi pieni ne rendono inoltre complesso il trasporto (specialmente a mano), per questi motivi si preferisce sempre più acquistare blocchi prefabbricati in cemento, non troppo costosi, più grandi ma più leggeri e soprattutto erroneamente considerati più sicuri e performanti. Uno status symbol di modernità e benessere che purtroppo è ancora radicato.

La fortuna del mattone cotto al sole è però legata alla sua riciclabilità: in quartieri “storici” in cui gran parte degli edifici è realizzata con questa tecnica è diffuso e fiorente il mercato di pezzi usati, ottenuti da edifici abbandonati, demoliti o rinnovati con altri materiali.

Le tecniche in pisè o rammed earth, cioè la creazione di muri massicci e portanti pressando in casseri o stampi impasti di fango e fibre sono abbastanza diffuse in paesi scarsamente piovosi. Economiche e semplici da realizzare richiedono però la disponibilità di spazi liberi per la preparazione del materiale, l’idratazione e l’impasto, risultano quindi poco utilizzabili in quartieri molto densi.

In alcune realtà urbane si possono trovare soluzioni che reinterpretano creativamente questa tecnologia tradizionale come i cosiddetti “Paint can walls” probabilmente nati in Africa australe ma diffusi in tutto il continente.

Gli elementi murari vengono realizzati con stampi cilindrici come i contenitori per la vernice murale anzichè con i tradizionali modelli a parallelepipedo, questo permette di ottenere soluzioni originali e insolite.

La superficie muraria non rifinita diventa infatti un vibrante susseguirsi di elementi curvi che disegnano forme e ombre sempre diverse.

In generale quindi la diffusione di soluzioni in terra o fango dipende dalla disponibilità di spazi sufficienti per un minimo di lavorazione o stoccaggio, dalla diffusione della tecnica stessa in aree rurali e (conseguentemente) dal clima.

Non a caso edifici con questa tecnologia sono molto diffusi in quartieri urbani estremamente periferici o in quelle aree di primo arrivo di migranti dalle campagne: queste persone hanno infatti capacità ed esperienza nell’autocostruzione con la terra, cosa che spesso manca invece a chi è nato o vive da tempo in città.

Materiali e tecniche

La fortuna della terra come materiale da costruzione è data ovviamente dalla sua disponibilità, semplicità di utilizzo e versatilità, questo ha fatto sì che l’esperienza e il rinnovarsi delle tradizioni producesse una miriade di “ricette” e soluzioni locali in grado di migliorare la resistenza del materiale come il Banco in Africa Occidentale o la Chika sull’altipiano Etiope e Eritreo.

Ogni area geografica o villaggio ha sviluppato soluzioni particolari in cui al semplice fango vengono mischiate in percentuali diverse fibre vegetali come pula di riso, pula di miglio fermentata, fili d’erba sminuzzati, paglia essiccata o residui di lavorazioni alimentari come la birra artigianale che hanno la funzione di inerte e di saldatura collaborante specialmente in intonaci e pavimentazioni.

Un’altra diffusissima soluzione vede l’aggiunta all’impasto di materiale organico come sterco di bovini, ovini o cammelli, anche in questo caso per aumentarne la resistenza e la compattezza.

In alcune regioni si utilizza, per gli elementi che richiedono particolare solidità, una percentuale di terra raccolta dagli immensi termitai; alcune ricerche di università locali valutano che questi terreni abbiano resistenze quasi paragonabili a leganti classici come calce e cemento.

Il leitmotiv dell’edificio in terra cruda è che deve avere “buone scarpe e buon cappello” essere cioè ben protetto dalla pioggia e alla base.

In aree dal clima tropicale (ma anche in aree di savana in cui le precipitazioni seppur rare possono essere molto intense) questa regola comune vale, se possibile, ancora di più. Paradossalmente però è anche più difficile da mettere in opera: quando mancano tecnologie per noi scontate non è semplice evitare rischi gravi.

L’assenza totale di sistemi di raccolta delle acque da terra ad esempio rende molte zone a rischio di sporadici allagamenti.

Le popolazioni locali sono abituate a questi eventi e sanno adattarsi con ingegno e spirito di resilienza ad alluvioni regolari, questo ha portato a inventare soluzioni di impermeabilizzazione e rinforzo con sacchi di sabbia, copertoni o lamiere estremamente efficienti.

Building tips – terra e fango

  • Affidarsi il più possibile al sapere locale, molto spesso è meglio utilizzare materiali e tecnologie meno performanti ma consolidate e di uso comune rispetto a sistemi innovativi che rischiano di non essere ben padroneggiati dai costruttori;
  • Valutare con sopralluoghi e intervistando i residenti se l’area in cui si costruisce può essere soggetta a alluvioni anche sporadiche e in caso di regioni piovose verificare che le acque meteoriche possano scolare liberamente senza accumularsi nell’area di costruzione;
  • Prevedere un basamento in pietra o in mattoni cotti di almeno 30 cm fuori terra, se l’area è soggetta a alluvioni il basamento “resistente” dovrebbe essere pari al massimo livello delle acque;
  • Nel caso non si possa realizzare un basamento prevedere rinforzi e protezioni al piede dei muri con strati di sacchi di sabbia o lamiere addossate alle pareti;
  • Prevedere uno sporto adeguato del tetto (almeno 50 cm) valutando anche la direzione prevalente del vento;
  • Se non sono previste grondaie o sistemi di raccolta della pioggia realizzare canali e pendenze a terra che facciano scolare le acque meteoriche lontano dalle pareti;
  • Evitare di applicare intonaci a base di cemento su pareti o pavimentazioni in terra.

African way è un viaggio nei luoghi dove costruire è una necessità e richiede creatività e ingegno per recuperare materiali minimizzando le risorse.

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Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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