Il 25 marzo si celebra la giornata della memoria delle vittime della tratta degli schiavi, uno dei tanti temi tragici e complessi con i quali è difficile (o forse impossibile) fare i conti, soprattutto per noi europei sedicenti ideatori e promulgatori di principi assoluti e diritti inalienabili.

Ma cosa c’entra il fenomeno dello schiavismo e della tratta con le città?

C’entra parecchio, perchè diversi centri urbani dell’Africa Occidentale furono fondati proprio per “restituire la libertà” agli schiavi liberati dalle piantagioni di cotone o salvati dalle navi negriere intercettate mentre si dirigevano verso le americhe.

Una storia interessante che si tramanda anche grazie ai nomi di questi centri, tutti legati al concetto di libertà.

Le iniziative di rimpatrio degli ex-schiavi non sempre furono limpide operazioni filantropiche: nonostante le buone intenzioni di alcuni l’obiettivo principale era spesso togliersi di torno masse sempre maggiori di discendenti di schiavi africani che iniziavano a popolare le strade delle città europee e americane; una sorta di “rimandiamoli a casa loro” che ricorda tanto alcuni slogan in voga in questi giorni.

La prima di queste città “libere” è legata a doppio filo con la storia del Regno Unito in cui, alla fine del 1700 iniziarono a diffondersi associazioni abolizioniste di ispirazione cristiana che proclamavano l’uguaglianza e la dignità degli schiavi.

Il principale comitato venne fondato dal filantropo Granville Sharp che, grazie alle sue doti di straordinario comunicatore, riuscì a mobilitare fortemente l’opinione pubblica inglese, intentando diverse cause ed azioni legali finalizzate all’effettiva abolizione della schiavitù.

Pochi anni più tardi Sharp ottenne la concessione per rimpatriare oltre 15.000 schiavi liberati residenti a Londra in Africa occidentale.

Una celebre immagine utilizzata dalle società abolizioniste per contrastare la tratta degli schiavi; secondo molti la rappresentazione non sarebbe realistica ma contribuì enormemente a diffondere nelle società occidentali la consapevolezza dell’abominio della schiavitù.

Fu così che dopo lunghi preparativi il 10 maggio 1787 giunse sulle coste dell’attuale Sierra Leone una nave della Società Abolizionista con un equipaggio variopinto composto da circa 370 schiavi liberati, 20 artigiani di varie specializzazioni, 5 medici, un architetto, un pastore anglicano, un necroforo oltre a una quarantina di prostitute inglesi fatte ubriacare e imbarcate a loro insaputa.

Il comandante della spedizione, l’ammiraglio Thompson, acquistò un’area di diversi chilometri quadrati dal capo locale per 59 pound e alcune casse di rum.

Concluso l’affare i filantropi britannici si recarono sulla stessa collina su cui ancor oggi sorge il palazzo presidenziale piantando la bandiera inglese e nominando il luogo “Province of Freedom”.

Il primo villaggio di fortuna in cui si stabilirono gli schiavi liberati fu invece chiamato “Granville Town” in onore di Sharp.

Nonostante gli alti principi ispiratori le sorti di questo primo utopico tentativo risultarono infauste sotto tutti i punti di vista: già dopo pochi mesi dallo sbarco oltre 150 nuovi abitanti restarono vittime della malaria o di altre malattie tropicali, i sopravvissuti vennero sterminati l’anno successivo dalle popolazioni Temne del luogo che non riconoscevano valido il contratto di cessione delle terre e che rasero al suolo Granville Town.

Nel 1791 il tentativo fu ripetuto, una nuova nave della società abolizionista raggiunse le coste della Sierra Leone (su cui trovò solo qualche decina di ex-schiavi sopravvissuti all’attacco dei temne) e fondò un nuovo insediamento in posizione più sicura nei pressi della costa.

Dopo pochi mesi giunsero 1200 ex-schiavi provenienti dalla Nova Scotia (Canada) che, in cambio della loro liberazione, avevano combattuto al fianco degli inglesi nella guerra d’Indipendenza americana.

La nuova Granville town di Falconbridge, in cui risiedono non più di 100 persone, non era in grado di accogliere i nuovi arrivati che si stabilirono così nel luogo in cui sorgeva il vecchio villaggio, creando un insediamento composto da una maglia di 12 strade regolari e nominandolo Freetown.

Il centro attuale di Freetown ricalca ancora questo reticolo di strade, dall’attuale Walpole street fino a Susan bay.

Nel 1808 il commercio di schiavi venne dichiarato illegale in tutte le zone dell’Impero Britannico e fu istituito un battaglione navale (Royal Navy’s West African Squadron) con base a Freetown, per pattugliare le coste africane nel tentativo di contrastare la tratta.

Da questo momento, grazie alle numerose navi intercettate, la popolazione della città iniziò a crescere velocemente e vennero fondati numerosi nuovi piccoli villaggi intorno al centro: gli schiavi liberati provenivano da vari paesi dell’Africa occidentale e tendevano così a riunirsi in insediamenti separati in cui praticare la lingua e le tradizioni dei luoghi d’origine; molte di queste località hanno oggi dato nome ai rispettivi sobborghi della capitale.

E’ la nascita della cultura Krio, uno straordinario melting pot di culture e tradizioni africane che forma un vero e proprio gruppo etnico con una lingua franca basata sull’inglese simile al Pidgin nigeriano e usanze che mischiano religioni tradizionali dell’intera Africa Occidentale, protestantesimo, costumi, cognomi e abiti del sud degli Stati Uniti.

Il quartiere Kreo di Freetown agli inizi del XX secolo

Qualche decennio dopo, nel 1822, lo stato americano tramite l’American Colonization Society imitò l’idea britannica occupando le coste a sud della Sierra Leone e nominandole pomposamente Liberia. Il motto del nuovo stato, commovente e stucchevole allo stesso tempo, recita ancora oggi “the love of Liberty brought us here”.

L’insediamento degli schiavi liberati venne fondato alla foce del fiume Mesurado, in una zona abbastanza isolata dalla terraferma già utilizzata come avamposto dai portoghesi.

La nuova città fu chiamata Monrovia, in onore dell’allora presidente statunitense James Monroe e, come a Freetown, iniziarono a diffondersi e radicarsi architetture, usanze e stili di vita fortemente legati al sud degli Stati Uniti.

Un po’ diversa è invece la storia di Libreville, attuale capitale del Gabon: nel 1848 la fregata Francese Penelope intercettò una nave brasiliana, l’Elizia, che trasportava 52 schiavi: 27 uomini, 23 donne e 2 bambini.

Questi vennero sbarcati presso fort d’Aumale, il porto naturale utilizzato come base navale dai francesi e si stabilirono su una lieve altura nei dintorni creando un villaggio autonomo e chiamandolo, su consiglio dell’ammiraglio francese, Libreville.

A differenza di Freetown e Monrovia a Libreville non si ha traccia di altri schiavi liberati giunti ad ingrossare la popolazione, il suo nome è quindi unicamente legato al motivo della sua fondazione come piccolo villaggio di cui non restano tracce.

Un tratto comune fra le tre città fu invece l’essere utilizzate dalle rispettive potenze occidentali che ne avevano favorito la nascita come base per uno sfruttamento commerciale o una vera e propria occupazione coloniale delle aree circostanti.

Freetown fu dichiarata colonia britannica già nel 1808, Monrovia e la Liberia si mantennero formalmente indipendenti ma divennero ben presto l’estensione degli USA sulla sponda est dell’Atlantico ospitando basi militari, centri di comunicazione, un enorme porto franco e piantagioni estensive finalizzate alla produzione della gomma.

Anche la minuscola Libreville servì come testa di ponte per la penetrazione francese verso l’Africa centrale.

Il fine giustifica i mezzi e quel poco che restava dell’ideale originario di libertà e uguaglianza fu ben presto sacrificato sull’altare del profitto e dello sfruttamento indiscriminato.

Oggi, oltre a un ragionamento profondo sul significato e sulla portata storica della tratta degli schiavi, sarebbe necessaria una riflessione sulla tutela della memoria non solo concentrandosi sui luoghi drammatici come Gorèe ma soprattutto attraverso la valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale, architettonico, urbano e linguistico che è ancora presente in queste città e che rischia di perdersi.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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