Il continente africano è l’unico in cui la percentuale di popolazione residente in aree rurali è ancora la maggioranza: circa il 56%.

Tuttavia, nonostante un immaginario collettivo un po’ provinciale dipinga ancora l’Africa come una terra di savane sterminate punteggiate da minuscoli villaggi, foreste e deserti, la corsa verso le città è sempre più rapida e inesorabile.

Il tasso medio di crescita urbana nel 2018 era stimato al 3,6%, il più alto di tutto il pianeta.

Una percentuale che va tradotta per rendersi conto della sua reale entità: stiamo infatti parlando di oltre 21 milioni di nuovi cittadini nel 2020.

Tre megalopoli superano ampiamente i dieci milioni di abitanti: Il Cairo, Kinshasa e Lagos, che sfiora i venti milioni e con i tassi di crescita attuali è destinata a diventare in un ventennio la più grande conurbazione del pianeta.

A loro si affiancano sette metropoli che superano i cinque milioni di abitanti e ben 29 che si collocano fra i due e i cinque milioni di residenti.

I numeri da capogiro di queste città hanno monopolizzato l’attenzione sul tema delle megalopoli africane: interminabili agglomerati che pongono seri problemi di esclusione sociale, offerta dei servizi di base e sostenibilità ambientale.

La loro gestione apparentemente impossibile è indubbiamente una delle più grandi sfide a cui l’umanità è chiamata a far fronte in quest’epoca.

I numeri delle città secondarie

Praticamente tutte le città africane di cui sentiamo abitualmente parlare sono comprese fra queste quaranta enormi e caotiche conurbazioni, eppure i dati raccontano che la corsa all’urbanizzazione del continente è molto più profonda e riserva non poche sorprese.

Le dieci grandi megalopoli comprese fra i 5 e i 18 milioni di residenti infatti pesano molto poco sulla percentuale di popolazione urbana del continente africano: soltanto il 12%.

Anche se a queste aggiungiamo le 29 città che superano i due milioni di abitanti non si ottiene neppure il 30%.

Quasi la metà della popolazione urbana del continente, per l’esattezza il 48%, vive invece in una delle 7500 città medie o piccole.

Si tratta delle cosiddette città secondarie: centri urbani con una popolazione compresa fra i 10.000 e i 300.000 abitanti.

La mappa di questi insediamenti è straordinariamente suggestiva e ci racconta molte cose: permette di leggere immediatamente la forma del continente, le sue aree più inospitali e le maggiori vie di comunicazione che lo attraversano.

Le sfide delle città secondarie

Se le grandi megalopoli si trovano ad affrontare problemi di gestione enormi esse sono comunque parte sempre più attiva di un network globale che determina investimenti, flussi di merci e informazioni, nuove infrastrutture e opportunità.

La realtà di molte città medio-piccole è ben diversa: la macrocefalia delle capitali economiche o politiche costringe questi centri in una sorta di terra di nessuno.

Già escluse dagli incentivi per lo sviluppo delle aree rurali si trovano a subire politiche urbane nazionali spesso irrealizzabili o inefficaci in quanto tagliate su misura per le metropoli.

L’assenza o la debolezza di strumenti e politiche di pianificazione territoriale ad esempio rappresenta un serio pericolo ambientale, meno evidente rispetto alle metropoli ma più subdolo in quanto diffuso capillarmente, anche in zone da tutelare e proteggere.

Altrettanto grave è la difficoltà diffusa in molte di queste città nell’accedere ai servizi di base come acqua ed energia ma anche alle infrastrutture stradali e di comunicazione.

Le reti infrastrutturali stanno crescendo e diffondendosi in tutto il continente ma a ritmi molto più lenti rispetto ai tassi di urbanizzazione e alla conseguente nuova domanda di servizi.

Questo fa sì che molte città medio-piccole potenzialmente più vivibili e a misura d’uomo rispetto alle metropoli africane risultino poco attrattive, socialmente fragili, non connesse e non in grado di trovare una propria identità territoriale forte.

La causa e la conseguenza di questo isolamento coincidono, in un circolo vizioso difficile da spezzare, e si traducono nel più grave problema che si trovano ad affrontare le città secondarie: la difficoltà nell’attrarre investimenti, sia pubblici che privati.

Accomunare tutte le città secondarie di una stessa regione o peggio di uno stesso paese non è certo possibile, se si considera un intero continente si tratta addirittura di una generalizzazione inaccettabile.

I problemi che abbiamo elencato e le opportunità che cercheremo di indagare riguardano (ovviamente) solo alcune di queste città, forse una minima parte ma ci sembrano utili come ispirazione per sviluppare nuove idee e iniziative anche in contesti non aderenti a questa descrizione.

Città secondarie, problema o opportunità?

Scarsamente connesse, raramente al centro delle politiche nazionali e spesso escluse anche da programmi e agende internazionali.

Rappresentate in questo modo le città secondarie possono essere facilmente viste come una semplice fonte di problemi, eppure la loro crescita esponenziale, sia in termini di popolazione che di numero di insediamenti, le rende inevitabilmente protagoniste delle trasformazioni in atto nel continente.

Il ruolo di molti di questi centri urbani è fondamentale, ad esempio, per la sostenibilità e la sopravvivenza stessa delle grandi megalopoli.

Innanzitutto essi fungono da importante ammortizzatore per ridurre la pressione demografica nelle città più grandi.

Spesso la prima tappa della migrazione interna dalle aree rurali non è infatti una grande metropoli ma un centro vicino e relativamente conosciuto da chi vi si trasferisce.

L’importanza di questo ruolo di “filtro” è ancor più comprensibile se letta attraverso i numeri: gli abitanti di città come Accra o Abidjan ad esempio aumentano di almeno 100.000 unità ogni anno solo grazie ai tassi di crescita della popolazione che già vi risiede.

In secondo luogo è in questi insediamenti, ancora legati a doppio filo con il mondo rurale, che si gioca la partita strategica della produzione e della distribuzione di prodotti agricoli destinati a nutrire i residenti delle città milionarie, le cui zone periurbane sono costantemente divorate dal consumo di suolo o degradate dal punto di vista ambientale.

Infine, mentre le metropoli del continente sembrano appiattire le peculiarità locali in un arido dualismo fra la banalità di grattacieli o ville scopiazzate e gli sterminati quartieri informali sempre simili fra loro, le piccole città risultano importanti centri di salvaguardia delle tradizioni.

Non soltanto tradizioni architettoniche o artistiche, ma soprattutto linguistiche, culturali, religiose e folcloristiche; un patrimonio inestimabile da salvaguardare e che se valorizzato potrebbe costituire un’occasione straordinaria di sviluppo per tantissimi centri urbani minori.

Se le metropoli africane stanno trainando il continente verso la modernità alle città secondarie potrebbe quindi spettare il ruolo altrettanto fondamentale di preservare l’ambiente, le tradizioni e le diversità.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.



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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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