Nel post sulle metodologie partecipative di data collection abbiamo elencato alcuni interessanti esempi di rilievo e censimento realizzati direttamente dai residenti di slum e insediamenti informali.

La mappatura e la raccolta di dati sono una condizione fondamentale per poter governare un territorio e le iniziative di partecipazione sviluppate dai residenti e da ONG locali hanno l’importante funzione di colmare le troppe lacune e riempire gli spazi bianchi nelle cartografie urbane di molte metropoli.

Un primo e grande passo verso città maggiormente inclusive.

Il passaggio successivo alla raccolta e all’elaborazione dei dati è l’inizio di un processo di “pianificazione leggera”, di slum upgrading o di miglioramento degli insediamenti che possa aumentarne la resilienza.

Anche in questo caso sono numerose le metodologie partecipative sperimentate in vari slum con l’intento di esplorare soluzioni alternative incentrate sull’approccio bottom-up e pronte a sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie.

Alcuni metodi sono il naturale proseguimento delle iniziative di data collection e sono stati sviluppati e sperimentati dagli stessi attori locali e nelle stesse comunità, altri hanno un respiro più globale essendo stati adottati e implementati da istituzioni più grandi.

DAG Participatory Action Planning

DAG – Development Action Group è un’organizzazione sudafricana che opera da oltre trent’anni a supporto dei residenti degli slum di Cape Town.

Le comunità di slum dwellers in cui opera l’organizzazione e gli specialisti in pianificazione e partecipazione della ONG hanno sviluppato e sperimentato nel corso degli anni un sistema articolato di action planning per la micropianificazione degli insediamenti basata sulla partecipazione e sul contestuale coinvolgimento delle istituzioni.

La regia delle attività è affidata a un project steering committee composto da rappresentanti eletti dei residenti, rappresentanti di ONG locali, organizzazioni, sindacati e associazioni attive nel quartiere e rappresentanti delle istituzioni.

Il comitato ha il compito di trovare una sintesi di compromesso fra le proposte sviluppate dai vari stakeholders e dai residenti durante incontri collettivi, brainstorming o attività di workshop.

Gli aspetti più interessanti della metodologia sono

  • la redazione e la firma di un Memorandum of Agreement all’inizio del processo in cui le parti riconoscono e sottoscrivono gli obiettivi comuni, i limiti entro cui operare e il work plan;
  • la realizzazione di vari “learning forums” destinati ai residenti in cui vengono spiegate le implicazioni della pianificazione e le sfide da affrontare in base a tematiche specifiche (servizi, ambiente, ecc.) e in base alle varie scale (di vicinato, di quartiere, urbana);
  • La definizione di una exit strategy, cioè la condivisione di soluzioni e strategie da adottare nel caso il processo di implementazione della pianificazione abbia rallentamenti o fallisca.

Qui il sito di DAG con informazioni sulle varie iniziative dell’organizzazione.

Practical Action Community based Urban Planning

Il metodo di Community Based Action Planning è stato sviluppato a Nairobi dalla ONG Practical Action e sintetizzato in un toolkit che ne ha permesso la sperimentazione in realtà urbane di altri stati come Harare, o in città secondarie quali Kitale, sempre in Kenya.

Anche in questo caso è prevista la formazione di un “comitato di pianificazione” a cui partecipano rappresentanti eletti dei residenti e membri di organizzazioni e istituzioni oltre a rappresentanti delle società pubbliche di servizi.

Uno degli aspetti più interessanti è indubbiamente l’attenzione alle attività di partecipazione preliminari alla stesura delle bozze del piano: oltre a proporre attività di data collection e self-profiling  sono infatti previsti numerosi workshop e iniziative in cui i residenti sono chiamati a definire insieme le priorità dell’insediamento in termini di bisogni e gli obiettivi strategici (community visioning).

Gli strumenti utilizzati a supporto di queste attività sono matrici SWOT, matrici di pairwise ranking, mappe elaborate in GIS, flipcharts e analisi PEST; un team di esperti in partecipazione e tecnici guida il processo coadiuvato da alcuni residenti appositamente formati.

La metodologia prevede inoltre l’analisi partecipata delle opportunità e dei canali di finanziamento e il monitoraggio partecipato del raggiungimento degli obiettivi nei tempi prefissati.

Nella sezione pubblicazioni del sito di Practical Action sono raccolti alcuni toolkit sul metodo e reports sulle sperimentazioni effettuate.

Improve Your City

Abbiamo già parlato delle iniziative di SSDI (Shack slum dwellers International) legate al data collection con l’interessantissimo programma Know Your City, in questo caso analizziamo invece la naturale evoluzione delle iniziative di raccolta dati: il programma di upgrading partecipato Improve Your City sviluppato in collaborazione all’associazione gemella UPFI (Urban Poor Fund International).

In linea con lo stile di SSDI, basato su un approccio fortemente locale e focalizzato sulle peculiarità di ogni singolo insediamento, “Improve Your City” non è un vero e proprio metodo standardizzato quanto un programma a cui possono aderire organizzazioni di residenti per avere un supporto organizzativo ed economico.

Per accedere al programma i progetti proposti devono rispettare alcune linee guida finanziarie, essere replicabili, sostenibili e soprattutto ispirarsi all’incremental approach, prediligere cioè piccoli interventi destinati a essere progressivamente estesi o implementati anzichè grandi opere o macropiani.

I quasi 200 progetti sviluppati e sostenuti dal programma riguardano vari settori: Housing, Land Tenure, Water & Sanitation e small infrastructures, tutte le iniziative sono state ideate, sviluppate e in molti casi realizzate da comunità di slum dwellers e associazioni di residenti.

“Improve Your City” è quindi un sistema articolato, locale e soprattutto interamente “bottom up”, non solo nella fase ideativa ma anche dal punto di vista del finanziamento, dal momento che UPFI è un fondo di credito nato dalle associazioni che formano SSDI.

L’esempio concreto che il meccanismo standard dell’aiuto non è l’unico possibile e che comunità vivaci, creative e unite, anche se additate come svantaggiate, possono inventare nuovi modi di pensare le città.

Nel sito di UPFI sono elencati i tanti microprogetti sostenuti e finanziati dall’associazione.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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