“Posso raccontare che son stato amico tuo?”

E’ la drammatica frase finale di un film degli anni ’70 su Salvo d’Acquisto: appena prima della fucilazione un ragazzo salvato dal carabiniere gli chiede il permesso di raccontare di essere stato amico di un eroe.

Il mio Salvo d’Acquisto si chiamava Manuel, ma non ho fatto in tempo a fargli quella domanda.

Non posso nemmeno dire che fossimo amici, ma ho avuto la grande fortuna di incontrare la sua strada e di condividere con lui qualche chiacchierata davanti a una Star, la birra nazionale Sierraleonese.

Manuel Garcia Viejo, spagnolo originario della regione di Lèon era un prete e un medico.

Uno di quei preti missionari che si incontrano nelle periferie più remote della terra, a lottare ogni giorno al fianco degli ultimi con fede, convinzione e coraggio.

Uno di quei medici instancabili che spendono le proprie giornate dall’alba al tramonto a visitare, operare, confortare e ridare speranza e dignità ai malati.

Vederlo all’opera nel suo ospedale di Mabesseneh, nel centro nord della Sierra Leone da poco uscita dalla guerra civile era impressionante: allenato da anni di esperienza in zone remote e contesti difficili si alternava con disinvoltura fra un intervento chirurgico, un parto complicato, un test per la malaria o la benedizione a un defunto.

In alcuni rari momenti di pausa mi ha insegnato tanto su come progettare un ospedale “di frontiera”, sul non dare mai niente per scontato, “perché può sempre mancare la corrente, rompersi il generatore, finire il gasolio, e se c’è un’emergenza io devo essere in grado di poter operare lo stesso”.

O ancora sulla flessibilità e sulla dimensione quasi domestica che dovevano avere le stanze di degenza: in grado ad esempio di ospitare le famiglie che spesso procurano il cibo e cucinano per i degenti.

Dopo la guerra aveva ricostruito pezzo per pezzo l’ospedale “St. John of God”, rendendolo un punto di riferimento importante per tutta la regione del nord.

Un ospedale che era diventato tutta la sua vita.

Una vita in prima linea, dal mattino alla sera, e spesso anche la notte alla luce di un neon tremolante alimentato da quel generatore a gasolio che poteva anche rompersi, e allora per continuare servivano torce elettriche o lanterne a kerosene.

Anche nella primavera 2014, quando come un onda invisibile è arrivata la più grande epidemia di Ebola della storia lui era lì, sempre in prima linea.

Non poteva essere altrove. 

La sera del 20 settembre 2014 un amico sierraleonese infermiere all’ospedale di Mabesseneh mi scrive che Manuel è in viaggio verso Freetown con i sintomi del virus.

Due giorni dopo un volo speciale lo trasportava a Madrid, tutto il mondo assisteva in diretta al suo sbarco.

Mi sembrava impossibile che in quello scafandro sigillato simile a una bara potesse esserci lui, mi chiedevo a cosa stesse pensando lì dentro e come si sentisse  così lontano dal suo ospedale, dalla sua gente, da tutte le cose che aveva lasciato in sospeso.

Mi chiedevo come si sentisse a trovarsi lì impotente e “dall’altra parte”: non più il medico ma l’ammalato.

Ero ancora convinto che ce la facesse come sempre, pronto a tornare in prima linea, ma già il 25 settembre 2014 il virus aveva la meglio.

Se ne andava così, Manuel, con tutto il mondo che parlava di lui, dopo una vita trascorsa rimboccandosi le maniche del camice volutamente lontano dai riflettori.

Nel salutarlo l’ultima volta, quasi dieci anni fa, ci eravamo promessi di rivederci un giorno per pensare insieme a una sistemazione e all’ampliamento del suo ospedale.

Non abbiamo fatto in tempo, perché anche gli eroi muoiono.

Ma se potessi rivederlo ancora una volta, gli farei soltanto una domanda:

Posso raccontare che son stato amico tuo?

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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