Dieci anni fa, esattamente in questi giorni, scendevo per la prima volta nello slum di Kroo bay annotando su un taccuino le mie prime contrastanti impressioni.

Anche se le pagine di diario, rilette a distanza di anni, sembrano sempre banali e stupide, ho deciso di tenerle così come sono: confuse, piene di errori e giudizi affrettati ma anche cariche di entusiasmo, miraggi e sentimenti controversi…

Vai a Kroo bay?– Il barista mi guarda con gli occhi spalancati e la mia bottiglia di “star”, la birra locale, ancora fra le mani; l’espressione del suo volto è eloquente, a metà fra il sorriso ironico e l’aria incredula di chi finge di non aver capito.

-Sì, domani vado a Kroo bay, tu non ci sei mai stato?-

“E-boo.. a Kroo bay? E perché mai dovrei esserci stato?-

Kroo bay è la baraccopoli più grande di Freetown, un quartiere di oltre cinquemila persone accatastate in meno di sei ettari con densità simili a quelle di Manhattan, un quartiere talmente vicino al centro che dal finestrino di ogni baracca è possibile vedere i lucidi vetri a specchio dei grattacieli della city, un quartiere di cui a Freetown nessuno vuol sentir parlare: tutti lo conoscono eppure nessuno ci ha mai messo piede.

Un quartiere scomodo, una macchia per la città.

Da qualsiasi parte si arrivi, dai ripidi scalini in pietra del Sanders brook, dalle stradine di Kroo Town o dalla Lightfoot Boston street a Kroo bay si giunge dall’alto, attraversando gli ordinati quartieri ottocenteschi dei Krio, dalle colorate e splendide villette di legno e dalle strade regolari che portano nomi rigorosamente britannici.

A Kroo bay dicevamo, si giunge dall’alto, ignari e spensierati, fino a quel fatidico passo in cui si ha l’incredibile e improvvisa visione di ciò che si stende davanti a noi; allora non si può fare a meno di fermarsi a osservare sull’orlo del baratro quell’enorme, infinita distesa di lamiere aggrovigliate e accatastate che si spinge fino al mare.

La prima impressione che si ha davanti a questo spettacolo è devastante, ci si chiede come si possa vivere in quelle condizioni, e soprattutto cosa possa succedere “lì dentro”, in quei mondi che prendono forma su versanti di colline troppo ripidi per non franare, su paludi fangose o in fazzoletti di terra fra una superstrada e il mare, al di là di un confine che pochi hanno la voglia o il desiderio di varcare.

E’ con questi pensieri, mille paure e un velo di compassionevole tristezza che si scende per la prima volta a Kroo bay traballando su ripide scale che non possono sembrare altro che quelle di un inferno dantesco.

Nella discesa si perde passo dopo passo la visione d’insieme e si inizia ad immergersi totalmente nei suoni, negli odori, nei volti e negli sguardi.

Non resta che l’ultimo sforzo, quello decisivo del varcare il confine: quel gradino di sessanta centimetri che segna il dislivello fra la strada asfaltata e rialzata e il fango, quel salto che separa la città reale dalla città che non dovrebbe esistere; il punto di non ritorno.

Il quartiere è un dedalo di vicoli larghi pochi centimetri che si attorcigliano fra case di fango e pan-body; è situato alla foce di un piccolo fiume chiamato Alligator river, poco prima del mare l’Alligator si congiunge con un altro torrentello così che Kroo bay è suddivisa in tre comunità ben separate dai corsi d’acqua.

Alcuni sacchi di sabbia cercano di arginare le piene del fiume, tutto intorno, ogni strada, ogni casa brulica di vita.

In piccole cucine comunitarie si frigge del pesce appena pescato dagli uomini che raggiungono il mare aperto su malandate barche a remi, le venditrici di kerosene passano gridando per le strade, abili sarti preparano vestiti con le loro Singer a pedale, bambini scalzi giocano a rincorrersi lungo i rigagnoli delle fogne a cielo aperto che raggiungono quella che qui chiamano “the beach”, la spiaggia, un centinaio di metri di rifiuti di ogni sorta lambiti dalle onde del mare.

Tutto sembra animato da una vitalità gioiosa e rassegnata.

Questo è il luogo più terribile che io abbia mai incontrato, no, questo è il luogo più vitale e meraviglioso che io abbia mai incontrato…

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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