Nell’immaginario comune uno slum è quanto di più lontano possa esistere dal concetto di “estetica”.

Come raccontavamo in un vecchio post siamo infatti portati a credere che i poveri non abbiano diritto alla bellezza, a questa percezione di base si aggiunge l’enorme, indecifrabile caos che pervade questi quartieri.

I nostri occhi di occidentali non sono abituati a un’eterogeneità così dirompente, perlomeno non su scala urbana: una sorta di ordine più o meno geometrico pervade ogni angolo delle nostre città e anche nei quartieri più degradati ci vengono in aiuto forme, proporzioni e riferimenti riconoscibili: finestre, maglie di strade, spigoli e pareti lisce.

Il disordine dei centri storici che tanto ci affascina è in realtà un disordine controllato, sedimentato da secoli e quasi cristallizzato nei suoi toni omogenei e spenti di laterizi o pietre.

Nello slum no, dopo la prima visione di insieme gli occhi non trovano pace spostandosi disperatamente qua e là alla ricerca di un qualsiasi punto di riferimento, si cambia in continuazione inquadratura, messa a fuoco, profondità di campo ma la moltitudine di oggetti, forme, colori e movimenti pervade ogni cosa riempiendo lo sguardo di un caleidoscopio vivace e straniante.

Questa eterogeneità che ci assale in un istante satura immediatamente il nostro cervello che non riesce a percepire e organizzare tutte le infinite immagini fra le più disparate e assurde che si srotolano davanti agli occhi.

La baraccopoli ci ricorda e ci testimonia come ogni oggetto possa essere recuperato, smembrato, riassemblato e infine impiegato per costruire un riparo.

Ogni metro quadrato contiene un’infinità dì cose: copertoni allineati sulle lamiere dei tetti, carcasse d’auto riciclate come pareti, rifiuti di ogni sorta, antenne paraboliche, polli, maiali, fango, stracci stesi al sole, sbuffi di fumo, scarpe, lindi teloni dell’UNICEF, pozzanghere.

Poliedri di lamiere arrugginite si aggrovigliano uno sull’altro per decine e decine di metri, sormontati da grovigli inestricabili di cavi; si intravedono a malapena spazi vuoti, neanche una linea parallela, neanche un punto di fuga, persino le ferree regole della prospettiva sembrano vacillare.

Eppure…

Eppure la città autocostruita, regno indiscusso del riuso e del recupero, al di là degli enormi problemi contingenti che si trova ad affrontare, spesso nasconde nei suoi anfratti una dimensione di genialità, coraggio, solidarietà e rapporti umani difficilmente riscontrabili nei quartieri pianificati.

E tutto ciò si traduce in un’estetica dirompente, straordinariamente eterogenea e per questo unica.

Ryszard Kapuscinski li definì “Papièr Machès” ma quale è l’opera o il movimento di avanguardia che non può essere intrinsecamente evocata in uno slum? Il cubismo di certe favelas abbarbicate su una collina fa impallidire Braque, i cretti di Burri non sono nulla rispetto ai frammentati volumi di fango nelle periferie di Khartoum, mentre sarebbe fin troppo banale citare l’art brut o la Venere degli stracci.

Abbiamo imparato ad osannare il genio assoluto, il grande artista, l’intellettuale creativo ma molto spesso il gesto o l’intuizione individuale sono anticipati e forse addirittura ispirati da un’inconscia e spontanea creatività popolare.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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