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Questa ricerca è chiusa in un cassetto da anni, un po’ perché il tempo e le risorse mancano sempre, un po’ perché l’argomento è controverso e gli esiti sorprendenti.

Tutto è nato nel 2016, quando lessi distrattamente un articolo scientifico che conteneva dati sulla diffusione dell’epidemia di Ebola nella città di Freetown. Non sono un epidemiologo o un virologo e l’articolo mi era quasi incomprensibile, mi occupo però di insediamenti informali in Africa Occidentale da più di dieci anni e il fulcro della mia ricerca è sempre stata proprio Freetown.

Alcuni di quei dati erano piuttosto strani perché raccontavano involontariamente una storia diversa rispetto a quella comunemente ripetuta, in cui non si faceva altro che parlare delle baraccopoli come focolaio principale del virus.

Serviva tempo per incrociare numeri, percentuali, stime di popolazione, confini di quartieri nel frattempo modificati, o forse serviva solo una quarantena forzata: sentire sulla propria pelle cosa significa l’epidemia che ti sfiora.

Perché oggi purtroppo il terrore del contagio, la costrizione della quarantena e il triste elenco delle vittime fanno parte della nostra vita quotidiana e ci è più facile capire l’irrazionalità del momento, la diffidenza nell’incrociare chiunque, la paura di una presenza invisibile e costantemente in agguato.

Soprattutto possiamo capire la necessità di ricercare un capro espiatorio, il rassicurante bisogno antropologico di sentire che il nemico non è fra noi, arriva da fuori, da qualcuno di diverso che possiamo combattere, allontanare, emarginare.

Questa è la storia di una città, Freetown e di tanti poveri urbani che in un’epoca di epidemie furono doppiamente vittime: della malattia che colpiva tutti e dello stigma che li dipingeva, ingiustamente, come untori.

È una storia lunga, a tratti faticosa, ma in questi tempi difficili andava raccontata, come monito forse, o soltanto per una questione di giustizia.

Il protagonista di questa ricerca ha un nome di tre sillabe dal suono dolce e innocuo, eppure chiunque nel sentirlo pronunciare fatica a trattenere un brivido.
Ebola.

Si tratta di una delle febbri emorragiche più terribili e letali, si propaga attraverso il contatto con fluidi corporei di persone infette, compreso il sudore, e in circa il 50% dei casi porta rapidamente alla morte; una percentuale agghiacciante che in alcune forme può addirittura superare l’80%. Isolato la prima volta nel nord della Repubblica Democratica del Congo deve il suo nome a un fiume della regione e colpisce questo paese con drammatica ripetitività, tanto che l’ultima epidemia è stata dichiarata conclusa soltanto pochi giorni fa, all’inizio di marzo 2020.

La più grande epidemia mai registrata di Ebolavirus è però quella scoppiata fra il 2014 e il 2016 in Africa Occidentale, principalmente in Guinea, Sierra Leone e Liberia: 28.000 casi accertati e oltre undicimila vittime. Questi i dati ufficiali ma si teme che i morti siano stati molti di più, soprattutto nelle aree rurali più remote, là dove il virus è partito e ha colpito più duramente.

Lo studio si concentra sulla Sierra Leone, un piccolo paese di 7 milioni di abitanti in cui furono registrati 12.000 contagiati e quasi 4000 morti nel periodo compreso fra febbraio 2014 e novembre 2015, con alcuni sporadici casi fino all’inizio del 2016. Soltanto il 17 marzo 2016 infatti l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara ufficialmente conclusa l’epidemia.

Oltre due anni di convivenza forzata con la paura e la morte.

Ebola is coming to town

L’11 luglio 2014 a Freetown non si parla d’altro che del virus ma ci si sente abbastanza sicuri: ci sono circa 300 casi segnalati in tutto il paese ma l’epidemia è lontana, fra le foreste remote del nord-est, zona di diamanti e traffici più o meno limpidi a centinaia di chilometri. Le polemiche sui giornali e sulle radio locali sono ancora monopolizzate da chi nega l’esistenza del virus, da coloro che giurano si tratti di stregoneria e da chi crede che l’epidemia sia stata diffusa dai potenti della terra per sterminare gli africani.

In quel pomeriggio piovoso come tutti i pomeriggi di luglio un uomo è accompagnato in ospedale in preda alla febbre, sospetta malaria ma nel dubbio viene sottoposto al test EVD (Ebola Virus Disease), l’esito è positivo.

È il panico: Ebola è arrivato in capitale, il luogo in cui vivono ammassati oltre un quarto dei sierraleonesi.

Il governo, preso alla sprovvista nonostante l’epidemia in corso da mesi, inizia a prendere provvedimenti e ad agosto è instaurata l’emergenza nazionale, si schiera l’esercito a isolare le regioni focolaio dell’est e vengono attivati in tutto il paese programmi di prevenzione e informazione porta a porta o comunitari.

Sono 28.500 gli esperti e i volontari coinvolti in un imponente processo di sensibilizzazione porta a porta e di prevenzione. Questo prevede la ricostruzione di tutti i contatti delle persone sospette di aver contratto il morbo e la loro quarantena forzata per 21 giorni, il tempo di incubazione massimo del virus. Il paese è praticamente commissariato dall’OMS, che inizia a temere seriamente l’evoluzione in pandemia. Si inizia la costruzione a tempo record di centri di trattamento; nella regione della capitale sono ben dieci i centri di quarantena e cinque gli ospedali autorizzati al trattamento dei malati accertati.

Il picco dei casi si ha fra settembre e novembre 2014, decine di contagiati vengono registrati ogni giorno, la battaglia sembra persa, ma a gennaio 2015 inaspettatamente la curva dei contagi inizia lentamente a decrescere.

Alla fine dell’incubo la Regione di Freetown conterà 4955 casi accertati e quasi 2000 vittime.

Freetown, una città affamata di spazio

È il 10 maggio 1787 quando grazie al supporto di alcuni filantropi britannici un centinaio di schiavi africani arriva sulle coste della Sierra Leone per iniziare una nuova vita da uomini liberi. Sbarcati dalla nave essi scelsero di insediarsi in un luogo incantevole e allo stesso tempo strategico: una fascia di terreno pianeggiante sovrastata da alte montagne boscose solcate da ruscelli che si gettavano nell’oceano fra rocce rosse e spiagge dorate.

Alcuni anni più tardi la nuova città fu battezzata Freetown e iniziò ad ospitare sempre più schiavi liberati dalle navi negriere intercettate lungo la rotta verso il continente Americano.

Freetown nella seconda metà del XIX secolo

Proclamata prima colonia e poi capitale dell’Africa Occidentale Britannica la città crebbe incessantemente per tutto il XIX secolo arrivando ad occupare quasi interamente le aree pianeggianti. Nel Novecento e soprattutto dopo l’indipendenza del 1961 il luogo scelto dai primi coloni, ideale per un piccolo insediamento, si rivelò però sempre più inadatto a sopportare la crescente migrazione interna verso la città.

Freetown sorge infatti su una penisola montuosa, stretta inesorabilmente fra le colline scoscese e il mare. Lo sviluppo della città nei tempi moderni si è quindi indirizzato lungo le coste, creando un insediamento lineare di oltre 30 km.

Ma lo spazio non basta ancora, soprattutto durante la guerra civile quando la città è uno dei pochi luoghi presidiati dalle truppe dell’Unione Africana e delle Nazioni unite. Si occupano allora tutte le aree inedificabili come le rive dei torrenti, le spiagge e le scogliere.
Gli insediamenti informali fioriscono ovunque, nelle foci paludose dei fiumi e sempre più sui ripidi versanti delle colline, disboscati e terrazzati con mezzi di fortuna.

Eppure la fame di spazio non è una prerogativa dei poveri urbani: negli ultimi 20 anni tutte le colline intorno al centro sono state sistematicamente disboscate ed edificate con villette private e palazzine, compromettendo la biodiversità dell’area e soprattutto la stabilità dei versanti.

E la città continua a crescere, a dismisura.

Le reti di servizi, già cronicamente insufficienti, arrancano e non sono in grado di offrire risposte alla crescente domanda di acqua ed elettricità, anche la suddivisione amministrativa fatica a rincorrere questa continua espansione. Freetown è infatti collocata nella regione detta “Western Area” suddivisa a sua volta in due dipartimenti: WA Urban e WA Rural che comprende le aree montuose e rurali ma ormai anche una buona parte di sobborghi costruiti negli ultimi 20 anni.

Nel 2014 la popolazione della regione è di circa 1.500.000 persone, di cui un milione risiedono nell’area urbana vera e propria.

Gli slum di Freetown

Comunemente i termini slum o baraccopoli vengono associati alla “periferia”. Si tratta di un ragionamento che risente della tipica organizzazione della città occidentale in cui a un centro storico in cui si concentrano opportunità, ricchezza, potere, ma anche arte e cultura si contrappone la periferia popolare, povera e a volte degradata. La realtà di molte città dell’Africa sub-sahariana, tra cui Freetown è ben diversa: se anche qui il luogo in cui si concentrano le opportunità è il centro, la sfida per la sopravvivenza impone di restarci il più vicino possibile.

Ogni spazio lasciato libero dall’espansione urbana viene quindi occupato, a partire dalle aree più centrali ed appetibili come le scogliere o le rive dei fiumi a due passi dalle strade della “City”. Si creano tessuti urbani “a macchia di leopardo” in cui gli insediamenti informali fioriscono un po’ ovunque e diventano parte integrante e fondamentale della vita sociale ed economica della città.

Di conseguenza gli slum in città sono tantissimi, si stima circa un’ottantina, dai piccoli insediamenti di poche case ad aree più ampie in cui vivono migliaia di persone.

A differenza di altre capitali africane non esistono però megaslum: nel 2014 gli insediamenti principali contano una popolazione fra i 10 e i 15.000 abitanti e sono sei; tre sulla costa o alla foce di torrenti (Congo river, Kroo bay e Susan bay) e tre sulle colline che sovrastano la città (Dworzack, Mont Aureol e Moyiba). Sono poi almeno un’altra decina gli slum con una popolazione fra i 5 e i 10.000 residenti, tra cui Cockle bay, Magazine Wharf, Moa Wharf e Colbot.

Gli slum costieri sono indubbiamente i più problematici: stipati sugli estuari paludosi di torrenti e su mucchi di rifiuti compattati hanno una densità di popolazione vertiginosa, unita a una situazione ambientale e sanitaria fortemente compromessa. Lo spazio è sempre meno e così non resta che crearlo: gabbie di legno riempite di rifiuti strappano terreno al mare e permettono agli insediamenti di crescere, sempre più precari, sempre più in pericolo. Vicoli di poche decine di centimetri si insinuano fra le baracche in lamiera, si vive nel terrore che la prossima alluvione o la prossima mareggiata portino via tutto.

Gli slum collinari invece sono realizzati terrazzando i ripidi pendii a spese della foresta pluviale che un tempo circondava la città. La densità di popolazione e i livelli di inquinamento sono decisamente inferiori rispetto agli insediamenti sulla costa ma le case sono sensibilmente più grandi e mediamente vi convivono più persone. Qui il pericolo numero uno viene dalla terra: il suolo disboscato e impoverito spesso non regge e le frane ingoiano improvvisamente case e persone.

L’informalità diffusa, specialmente dopo la guerra civile rende estremamente difficile distinguere uno slum da un insediamento “ufficiale”; oltre alla densità delle costruzioni la principale linea di demarcazione non è fisicamente o socialmente percettibile ma va cercata spesso nel senso di appartenenza a una comunità, che in genere è più forte fra gli slum dwellers (residenti in uno slum) piuttosto che fra i cittadini comuni.

Un senso di comunità che fa il paio con la straordinaria importanza che hanno questi insediamenti nell’economia su scala urbana: attività come il trasporto delle merci via acqua o a braccia, il riciclo dei rifiuti o il commercio al dettaglio hanno il loro centro nevralgico proprio negli slum e permettono la sopravvivenza e addirittura il relativo benessere di una parte significativa di residenti. Dietro a questi agglomerati di ruggine e rifiuti non si nasconde infatti soltanto miseria o rassegnazione, le attività artigianali sono febbrili e straordinariamente vivaci e l’estrazione sociale dei residenti è incredibilmente varia.

I ward (quartieri amministrativi in cui è suddivisa la città) che hanno una più alta percentuale di residenti negli slum sono il 378 e il 384; in questi vive in una baraccopoli fra il 50 e il 70% degli abitanti complessivi.
Anche nei ward 374, 377 e 382 le percentuali di slum dwellers sono significative (40-50% dei residenti totali).

Appuntatevi questi numeri perché li ritroveremo più avanti.

Dagli all’untore – la percezione degli slum a Freetown

Da almeno vent’anni la città di Freetown identifica tutti i suoi problemi con gli slum. Una percezione comune cavalcata da alcuni politici e opinion leaders e condivisa dalla grande maggioranza dei cittadini.
Poco importa che una parte significativa dell’economia formale o informale sia garantita proprio dagli abitanti di questi quartieri e che la sopravvivenza della città stessa sia legata a doppio filo con la loro sorte: ogniqualvolta si verifica un problema gli slum ne sono il naturale capro espiatorio.

Quando un’alluvione colpisce uno slum costiero ad esempio si levano le invettive contro gli alluvionati stessi, considerate colpevoli anziché vittime di una situazione che interessa in primo luogo l’assenza di infrastrutture, pianificazione e servizi efficienti come la raccolta rifiuti.

Uno stigma abbastanza assurdo: come abbiamo visto Freetown è una città molto complessa in cui formalità e informalità si intrecciano e i residenti condividono fianco a fianco gli stessi problemi e le stesse emergenze. In un report del 2012 UN-Habitat (l’agenzia ONU che si occupa di urbanizzazione) la classifica fra le città con minore disparità nell’accesso a risorse e servizi del continente; un dato tutt’altro che positivo in quanto va letto al ribasso: Freetown è una città equamente povera.

Come ci si poteva aspettare quando Ebola arriva in città l’effetto su questo atteggiamento diffuso è una secchiata di benzina sul fuoco.

Le reazioni all’epidemia sono ancora contrastanti, qualcuno è scettico o traviato dalle assurde fake news che si rincorrono, altri sono nel panico ma tutti concordano nel vedere gli slum come il cancro da estirpare prima che sia troppo tardi. Congo River, un torrente sulle cui rive scoscese si accalca una delle baraccopoli più grandi della città è rinominato “Ebola river”, così come gli slum di Kroo bay e Susan bay sono spesso ribattezzati Ebola bay o Virus bay. Non passa giorno in cui politici, giornali, istituzioni e la società civile non si scaglino contro gli slum chiedendone a gran voce la rimozione o almeno la quarantena forzata.

Le notizie dall’estero rafforzano questa presa di posizione: i “cugini” Liberiani hanno isolato l’enorme slum di West Point con l’esercito costringendo all’interno decine di migliaia di persone disperate. Nessuno sembra rendersi conto che questa soluzione sarebbe impossibile da attuare per tutte le decine di slum di Freetown e il governo è accusato di inefficienza e incapacità.

Enough is Enough è una dei modi di dire che più si sentono ripetere per sottolineare la certezza che il virus si annidi negli slum e che solo la loro distruzione possa salvare la città.

È la metà di dicembre 2014 quando Osho Williams, un noto parlamentare del partito di governo, viene ricoverato con una febbre altissima. La diagnosi è già scritta: il quartiere che Williams rappresenta è quello in cui si trovano Kroo bay e Susan bay, gli slum più grandi e problematici della città; il deputato si è impegnato in prima persona per settimane a sensibilizzare le comunità, girando gli slum e organizzando incontri su incontri. Il governo è nel panico, il parlamento rischia la chiusura e la quarantena forzata, e tutto per colpa dei soliti noti: gli slum dwellers, veri untori della città.

Pochi giorni dopo Osho Williams risulta negativo ai test e viene dimesso ma lo stigma resta, ancora più forte di prima.

Un approccio che fa vittime illustri anche a livello internazionale: National Geographic ad esempio, pur non citando dati numerici (che ancora non ci sono), in una serie di reportage parla di baraccopoli in cui si impilano i morti uno sull’altro e arriva a scrivere “Kroo bay è infestata”. Un articolo scientifico pubblicato sul Lancet in ottobre si intitola invece Ebola in urban slums: the elephant in the room; i contenuti, seppur poco originali, possono anche essere condivisibili ma il titolo è profondamente sbagliato: dell’Elefante, cioè del “problema” degli slum, a Freetown parlano tutti da mesi.

Insomma, degli slum e delle loro presunte colpe se ne parla anche troppo e molto spesso in maniera incendiaria, tanto che stupisce non ci siano stati casi di pogrom in una situazione già di per sé estremamente stressante.

Lo stigma alla resa dei conti – geografia e numeri del contagio

Ma perché questa fama funesta? Cosa è successo veramente nei due tragici anni del contagio?

Addentriamoci nei numeri: l’epidemia del 2014 è stata anche la prima in cui i dati sono stati organizzati in maniera sistematica, principalmente per una ragione di contenimento. Per ogni persona contagiata era fondamentale ricostruire prima possibile la rete di familiari e contatti per poter isolare in quarantena il massimo numero di potenziali infetti.
Nonostante secondo molti il numero di casi censiti (e quello delle vittime) sia fortemente sottostimato il VHF Database (Virus Hemorragic Fever) permette comunque di ricostruire il luogo di residenza di quasi tutti i circa 5000 casi accertati in capitale, offrendo uno spaccato realistico della geografia del contagio.

Scorrendo i dati del Database si nota che nell’Area Urbana i ward più colpiti in termini numerici sono stati il n.347 (Allen Town) con 213 contagiati e 78 vittime e il 352 (Congo Water) con 134 casi e 47 deceduti.

Il dato sorprendente è che nessuno di questi due quartieri comprende uno slum di dimensioni importanti.

A livello regionale il ward più colpito è invece il n.330, nei dintorni di Waterloo: 580 contagiati e 236 morti per meno di 10.000 residenti, in un’area che assomiglia molto più a un villaggio agricolo che un congestionato slum urbano.

Ma allarghiamo lo sguardo all’intera città, analizzando l’incidenza dei contagi rispetto alla popolazione di ogni ward. In questo caso i quartieri severamente colpiti (con percentuali di infetti che variano dallo 0,4 allo 0,9%) sono ben 11, ma solo due di questi hanno una percentuale significativa di slum dwellers: il 374 (Mabella – Magazine Wharf) con il 40-50% di slum dwellers e il 366 (Moyiba) con il 30-40%. Gli altri 9 ward hanno percentuali stimate di residenti negli slum inferiori al 20% della popolazione.

Ancora più sorprendente è osservare i dati in senso opposto: i wards con il più alto numero di residenti negli slum (377, 378, 382 e 384 che arrivano a punte del 60-70%) hanno percentuali di popolazione contagiata inferiori allo 0,2% con l’unica eccezione del già citato n.374 e del n.387 (Hill station) che raggiunge lo 0,3-0,4%.
Insomma, le zone rosse del contagio non ricalcano se non per piccole parti marginali le aree in cui si concentra l’informalità urbana

Luci nel buio – oltre i luoghi comuni

Ci saranno sicuramente imprecisioni, dati non raccolti, casi non segnalati, ma l’entità dei numeri è inequivocabile e permette di affermare che a Freetown gli slum non sono stati il focolaio principale dell’epidemia.

Il luogo comune che ha dipinto gli slum dwellers come gli untori pronti a trascinare nel baratro l’intera città non regge.

Le ragioni che hanno condotto ad addossare l’ennesima colpa ai poveri urbani sono le solite che abbiamo già elencato, alimentate ulteriormente dalla paura e dal senso di impotenza.

Questi dati sorprendenti significano quindi che gli slum sono ambienti ottimali per difendersi da epidemie virali? Ovviamente no.

È interessante quindi chiedersi quali possono essere le ragioni che hanno limitato la diffusione del contagio in luoghi a forte rischio.

La ragione principale è molto probabilmente la presenza di reti informali e sociali molto forti. Sistemi invisibili di relazioni e gerarchie ben radicati in molte città africane e soprattutto negli slum.
La sopravvivenza di questi insediamenti, dimenticati se non minacciati dalle autorità e dalle istituzioni, è spesso determinata appunto da una rete capillare di relazioni, gerarchie interne, legami familiari o di vicinato che permettono una rapidissima trasmissione delle informazioni e una coralità di azioni altrimenti complessa.

Nelle situazioni di difficoltà generalizzata e di “crollo” dello stato, quando vacillano tutti i riferimenti tradizionali, l’unica ancora di salvezza sono i sistemi di relazione informali e non istituzionali. Laddove questi sono già presenti e consolidati può avvertirsi meno il panico dell’emergenza e possono svilupparsi risposte organizzate e azioni più efficaci.

Un aspetto sicuramente non trascurabile che potrebbe essere stato la principale causa di riduzione dei contagi in aree a forte rischio sanitario.

È accaduto nello slum di Moa Wharf per esempio, dove MSF e WHO hanno avviato programmi sperimentali di sensibilizzazione e monitoraggio dei casi che si sono rivelati straordinariamente efficaci. Lo stesso metodo ha permesso di arginare un nuovo focolaio nello slum di Magazine Wharf (uno dei più colpiti dall’epidemia) a fine 2015, limitando il contagio a meno di dieci casi.

La dimensione contenuta degli slum di Freetown e le relazioni molto strette fra i suoi residenti, in molti casi ancora simili a quelle dei villaggi rurali, hanno aiutato molto più che altrove la ricostruzione dei contatti e degli spostamenti degli infetti. Qui tutti conoscono tutti e la valorizzazione di questo controllo sociale collettivo ha contribuito non poco a sconfiggere la diffusione del virus.

Non si tratta di un miracolo: il grande vantaggio che può apportare uno slum nella lotta a un’epidemia è proprio nel senso di comunità che molto spesso è ben più diffuso che altrove.

Città e pandemie – Lezioni da Freetown

Quali insegnamenti possiamo trarre da questa storia?
Innanzitutto che la stigmatizzazione è sempre sbagliata e in certe situazioni può addirittura diventare un crimine, specialmente quando riguarda fasce sociali già in difficoltà.

Quello che è accaduto in Liberia, dove un presidente “illuminato” come Ellen Johnson Sirleaf nella concitazione dell’emergenza è arrivata a schierare l’esercito per isolare un intero insediamento informale dal resto della città, è un atto criminale. I dati dell’epidemia dicono che la Liberia ha avuto un numero molto minore di contagi rispetto alla Sierra Leone ma circa mille vittime in più, non c’è dubbio che queste politiche di isolamento forzato in comunità già di per sé difficili abbiano contribuito ad alzare la conta dei morti.

È naturale che le autorità sanitarie guardino con apprensione agli slum, essi sono infatti i luoghi in cui sembra realizzarsi la “tempesta perfetta” di condizioni favorevoli all’esplosione di un’epidemia.
Eppure questa ricerca conferma che non sono soltanto le caratteristiche “fisiche” dei luoghi ad alimentare il contagio ma sono soprattutto comportamenti, abitudini sociali e rispetto scrupoloso delle indicazioni. Lo scopriamo sulla nostra pelle in questi giorni difficili.

Come abbiamo evidenziato alcuni insediamenti informali da questo punto di vista possono sorprendentemente essere più reattivi, organizzati e attivi di altre aree urbane, facendo la differenza.

Attenzione quindi, amministratori e colleghi urbanisti: nel progettare gli interventi di sviluppo urbano la cosa fondamentale è evitare che queste caratteristiche di coesione sociale non vadano perdute. Sono preziosissime e per la sopravvivenza di molti contano ben di più di un ambiente salubre e razionale.

Come tantissime cose anche il progetto urbano cambierà radicalmente dopo questa pandemia, e non potrà più prescindere da considerazioni di carattere sanitario e epidemiologico. Facciamo in modo che questo cambiamento non si limiti a diventare il solito elenco di parametri e standard o peggio ancora di soluzioni che agevolino quarantene e confinamenti forzati ma che coinvolga un ragionamento più profondo sul ruolo fondamentale delle relazioni e la valorizzazione del senso di comunità.

Anche nella nostra Europa, ora che siamo in una situazione molto simile.

Alleniamoci a non cadere preda di facili stigmatizzazioni e banalizzazioni: sono i periodi di crisi quelli in cui è più facile cedere a psicosi e deliri collettivi ricercando capri espiatori altri rispetto alla nostra comunità. Situazioni che abbiamo in parte già vissuto (i cinesi, gli immigrati clandestini, in altri stati gli italiani) e che minano alla base la coesione sociale aumentando i rischi, per tutti.

Alleniamoci al rispetto consapevole delle indicazioni senza cadere in deliri da stato di polizia: l’esercito nelle strade, il coprifuoco totale l’annullamento di qualsiasi libertà possono apparire misure efficaci e rassicuranti ma in passato hanno spesso sortito effetti opposti, alimentando rivolte, fughe di massa e il conseguente aumento del contagio.

Alleniamoci piuttosto a valorizzare in tutti i modi l’appartenenza attiva e responsabile a una comunità, sia nella nostra vita quotidiana che come mai prima d’ora è stata privata degli aspetti di socializzazione, sia costruendo nuove forme di partecipazione e di condivisione, anche degli spazi urbani e pubblici.

Perché una città veramente inclusiva non è soltanto un obbligo morale ma un vantaggio per tutti.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


Bibliografia e link di articoli e documenti citati nella ricerca


TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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