Nel corso del 2019 la polizia di Rio de Janeiro ha dichiarato di aver ucciso oltre 1500 persone, una ogni sei ore.

Omicidi di stato che avvengono principalmente nelle favelas.

Negli stessi giorni il governatore Witzel del partito del presidente Bolsonaro dichiara candidamente “peccato non poter lanciare missili sulle favelas”.

Numeri e discorsi da guerra, una guerra senza quartiere contro i poveri urbani non certo iniziata in quest’epoca ma che si protrae da decenni attraverso stragi, omicidi mirati o misteriosi rapimenti di persone mai più ritrovate.

Il termine desaparecidos evoca il tristemente famoso periodo della dittatura militare Argentina ma indica anche le migliaia di oppositori e attivisti che ogni anno vengono uccisi, rapiti o di cui si perdono le tracce in tanti paesi del mondo.

In questo triste elenco si trovano anche tanti attivisti e residenti degli slum che per il loro impegno verso un riconoscimento o alla ricerca di condizioni di vita più dignitose per tutti sono stati fatti sparire dal potente di turno.

Nel ripercorrere questa triste scia di sangue per forza di cose incompleta partiamo proprio dall’Argentina: è infatti nelle villas miserias di Buenos Aires che si concentrarono le repressioni dei militari, dato che il sostanziale autogoverno di questi insediamenti risultava un pericolo da estirpare per l’ordine costituito.

Già nell’epoca della prima giunta militare di fine anni ’60 le villas miserias subirono pesanti piani di sradicamento e “rieducazione sociale” dei residenti; al ritorno dei generali nel 1976 venne ripreso il programma di eliminazione, anche attraverso le torture e gli assassinii degli attivisti politici o sociali maggiormente esposti.

L’Argentina non restò un caso isolato: storie analoghe riguardano tanti paesi sudamericani, dal Cile al Brasile al Messico oltre a paesi di tutto il mondo governati da regimi militari, oppressivi o razzisti.

Negli stessi anni infatti le township Sudafricane assistevano a sparizioni quasi quotidiane di attivisti dell’ANC, tra cui l’arresto e la morte per percosse in carcere di Steve Biko è solo la storia più nota.

Paradossale e drammatica la sorte di tanti slum dwellers nel vicino Zimbabwe: emarginati e spesso fatti sparire durante il regime dell’Apartheid dovettero subire una sorte analoga pochi decenni dopo sotto il governo di Robert Mugabe.

Nel 2005 l’imponente operazione Murambasvina che significa qualcosa come “eliminare la spazzatura” si ripropose di ripulire Harare dagli slum, visti come roccaforti dell’opposizione al regime, deportando decine di migliaia di persone e uccidendo o facendo sparire nel nulla i più noti community leaders e decine di attivisti sociali.

Effetti dell’operazione Murambasvina, Harare, 2005.

Ancora nel 2008 il clima di terrore negli slum non era esaurito e l’attivista Tonderai Ndira, anima della township di Mabvuku venne prelevato con violenza da quattro persone davanti alla sua casa e fu ritrovato assassinato diversi giorni dopo.

Omicidi e sparizioni di slum dwellers e attivisti sono la quotidianità anche in molti slum di Nairobi, specialmente nei travagliati periodi di contesa elettorale che affliggono il paese negli ultimi anni.

Nel 2016 tre attivisti dello slum di Mathare scomparirono dopo un’udienza al tribunale di Nairobi, i loro corpi furono ritrovati abbandonati sulla riva di un fiume una settimana dopo.

Secondo diverse organizzazioni per i diritti umani le vittime furono eliminate dalle forze di polizia o da elementi deviati ad esse collegati.

Le stesse fonti calcolano che in Kenya almeno 100 persone all’anno subiscano la stessa sorte.

Anche in Asia i casi di sparizioni o uccisioni di attivisti legati al tema della povertà urbana sono purtroppo diffusi in numerose realtà, e in alcuni casi sono arrivati a colpire personalità importanti come l’Architetto Perween Rahman, ideatrice e direttrice dell’Orangi Pilot Project: il più grande progetto di slum-upgrading del Pakistan, attivo da oltre trent’anni nella città di Karachi.

Il 13 marzo 2013, mentre torna verso casa dallo slum a cui ha dedicato la sua vita una moto in corsa la uccide con una raffica di mitra; la magistratura non ha ancora accertato responsabilità ma alcuni agenti di polizia sono indagati per aver depistato le indagini.

Una storia che ricorda drammaticamente quella più recente di Marielle Franco, l’attivista brasiliana originaria della favela di Marè uccisa a Rio lo scorso 14 marzo, esattamente cinque anni e un giorno dopo Perween.

Due donne simbolo della lotta di tanti dimenticati nelle periferie sterminate del pianeta, due storie che parlano in nome delle migliaia di scomparsi per amore della giustizia e dell’uguaglianza e rimasti senza un volto, senza un nome, spesso senza neppure una lapide.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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