Vi ricordate le città ideali? Ci hanno insegnato ad ammirarle fin da bambini, ritornano sui libri di storia di ogni ordine e grado, fanno il paio con termini come “Rinascimento” o “Umanesimo” che rimandano al periodo più glorioso della nostra storia.

Ogni regime ha cercato di realizzarne una, architetti e urbanisti le sognano la notte, riflettono i desideri e i gusti di un’epoca, si basano su proporzioni, ordine e disciplina.

Proporzioni, ordine, disciplina: il manifesto ideale del potere e dell’autorità, politica o intellettuale poco importa. Da Brasilia a Chandigarh queste città di fondazione sono l’esatto opposto di una “città dei cittadini“, formata e trasformata dall’azione collettiva e corale di una comunità di persone.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando facciamo un passo indietro e osserviamo due splendide opere della storia dell’arte italiana realizzate a poco più di un secolo di distanza l’una dall’altra.

La prima è l’“Allegoria del buono e del cattivo governo” del senese Ambrogio Lorenzetti in cui sono raffigurati scorci urbani eterogenei e realistici, con abitazioni accavallate senza particolare ordine né misura.

Ambrogio Lorenzetti, Effetti del Buon Governo in città, Siena, 1338

La seconda è una delle famose “città ideali” attribuite a Luciano Laurana (o secondo alcuni a Piero della Francesca), un quadro sviluppato con una solida prospettiva che raffigura un’ampia piazza su cui si collocano con uno schema rigoroso edifici di diverse tipologie ma con uno stile omogeneo.

L’idea che ne traspare è di un perfetto e ponderato equilibrio determinato dalle proporzioni delle architetture e dalla purezza delle forme.

Luciano Laurana (attr.) La Città Ideale, Urbino, 1480-1490

Ciò che colpisce nel confrontare i due quadri è il diverso ruolo delle figure umane che vi sono rappresentate: i cittadini.

Gli affreschi di Lorenzetti brulicano di persone impegnate in molteplici attività: chi commercia, chi gioca ai dadi, chi danza e chi costruisce una casa. Poco importa che si tratti di buono o cattivo governo, quello che si percepisce con forza è l’idea di una comunità vitale e laboriosa, tanto che l’opera senza la presenza delle persone perderebbe totalmente di valore e significato.

Nei lavori del Laurana, al contrario, la figura umana è quasi un inutile orpello che rischia di intaccare la purezza assoluta degli scorci. Pochi sparuti personaggi si muovono attoniti in uno spazio asettico, lasciando trasparire una sensazione di disagio piuttosto che di meraviglia per la perfezione che li circonda.

Esattamente la sensazione fisica che spesso si prova in queste città “ideali”.

Avete presente Palmanova? Tutti abbiamo visto l’immagine aerea della sua splendida pianta stellata circondata da bastioni, eppure superando le mura ed entrando nella città fortezza si percepisce nettamente l’inospitalità di spazi eccessivamente rigorosi: le strade larghe, gli edifici bassi e una piazza centrale enorme, sproporzionata.

Veduta aerea della città fortezza di Palmanova (Udine)

Una fortezza appunto, adatta per esercitazioni militari e adunate, meno per il vivere quotidiano e per le molteplici attività che animano un centro urbano, inadatta anche, nella sua perfezione geometrica, ad essere modificata e piegata a nuove funzioni.

Questo è il punto fondamentale: la città ideale o di fondazione, la città perfetta degli
architetti e degli urbanisti è quasi sempre l’espressione di un potere, figlia di un gesto assoluto che rispecchia e concretizza in maniera univoca le esigenze politiche, militari o estetiche di un’epoca o di una cultura.

Una città museo, da ammirare dall’alto, da disegnare o fotografare ma non da vivere, città in cui le persone sono solo un impiccio che intacca la perfezione dell’insieme, qualcosa da nascondere.

Ben diverse sono le città “dei cittadini”: caotiche, sporche, disorganizzate e sproporzionate ma vive.

Ecco il fascino indiscutibile che si nasconde ad esempio fra i vicoli dei quartieri informali: dietro situazioni drammatiche, lotte quotidiane per sopravvivere, cumuli di rifiuti e criminalità brulica e brilla la vita, quella scintilla che una città ideale non concepisce.

O forse il punto è che le città ideali non possono esistere, ognuno ha la sua. E la mia è quest’ultima.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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