Molte volte, senza rendercene neppure conto, ci convinciamo che i “poveri” non abbiano diritto alla bellezza.

Attenzione, non stiamo parlando di essere snob, razzisti o discriminatori, e nemmeno del complesso e attualissimo tema del decoro urbano e dell’abbandono delle periferie.

Semplicemente è opinione comune che la cura dell’estetica sia per forza un qualcosa di superfluo, subordinato alla soddisfazione dei più importanti bisogni primari: prima si pensa a mangiare e avere un riparo, poi può arrivare tutto il resto.

In linea generale è senz’altro così, ma la vita reale è come sempre più complessa di quanto si creda, succede quindi che anche negli slum, luoghi effimeri e di enorme povertà materiale, si dedichi grande cura ad abbellire e personalizzare gli spazi interni delle abitazioni.

L’aspetto esteriore di questi quartieri può risultare ai nostri occhi desolante e terribile, ma quasi sempre all’interno di quelle mura precarie edificate con lamiere arrugginite, teli di nylon o pani di fango si dipana un universo domestico di normalità quasi commovente.

Se la vita quotidiana si svolge prevalentemente all’esterno, gli ambienti interni rappresentano infatti un luogo strettamente privato, intimo e riservato e proprio per questo curato e denso di povere ma importantissime cose.

Fotografie di familiari appese con improbabili cornici in plastica dorata, poster recuperati chissà dove, fiori finti, elettrodomestici di recupero più o meno funzionanti, mobiletti improvvisati, chincaglierie cinesi di ogni sorta, ritagli di giornale con primi piani del politico di turno, versetti del corano e cristi benedicenti.

interno di un’abitazione nello slum di Kroo bay, Freetown

Raramente le pareti sono lasciate “nude”: che la struttura sia in lamiera o mattoni di argilla almeno una mano di vernice, spesso e volentieri con motivi geometrici o bicolori, ingentilisce l’interno regalando vivacità e luminosità agli spazi angusti e troppo bui.

Ovviamente il livello delle decorazioni e la quantità e qualità degli arredi variano a seconda dell’appartenenza sociale delle famiglie: residenti storici degli slum, con diritti di proprietà sulla propria baracca arrivano ad avere piccoli tv-color e impianti stereo oltre a mobili di seconda mano.

I più poveri fra i poveri, coloro che non possono permettersi altro che una stanza in affitto da pagare mese dopo mese spesso non hanno altro che lo stretto indispensabile: il minimo necessario per le attività quotidiane che possa essere trasportato in una bacinella sulla testa in caso di trasloco.

Nonostante tutto anche queste famiglie non rinunciano a personalizzare e abbellire il proprio riparo come possono: ritagli di giornale, santini, cocci di specchi o fiori finti creano un mondo privato in cui rifugiarsi dopo una giornata spesa a cercare di sbarcare il lunario.

Questi interni spesso poverissimi raccontano tanto del rapporto degli slum-dwellers con il luogo in cui vivono: un rapporto controverso, caratterizzato dall’insicurezza e dalla precarietà ma anche dalla volontà di ricreare un “nido”, un ambiente a propria misura.

Forse fra i bisogni primari dell’uomo ha un posto anche la ricerca della bellezza, ed è un diritto che si prendono tutti, anche i “poveri”, inventando spazi domestici non meno accoglienti e curati delle nostre solide, opulente e tiepide case.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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