Ai margini della “città italiana” di Asmara, proprio là dove il reticolo geometrico  delle strade si inclina misteriosamente di 45 gradi per poi lasciare spazio ai vicoli irregolari che si arrampicano sul colle di Aba-Shawl (un tempo detto “Città Indigena”), sorge il largo edificio ancora chiamato caravanserraglio.

Il caravanserraglio, diffuso prevalentemente in nord Africa e medio oriente, è quel luogo alle porte della città dedicato alla sosta e al ristoro delle carovane di mercanti.

La tipologia dell’edificio è piuttosto semplice: un’ampia corte racchiusa da muri su cui solitamente si addossano ripari o alloggi provvisori; il bestiame e le merci vengono ammassate al centro del cortile, dove si possono anche realizzare piccoli accampamenti mentre i carovanieri trovano ristoro sul perimetro.

La struttura di Asmara, realizzata negli anni ’10 su progetto dell’ingegner Cavagnari, autore di numerosi importanti edifici pubblici della città nonchè di alcuni piani regolatori, occupa un intero isolato di forma rettangolare ed è immediatamente riconoscibile per l’elegante portale in pietra e laterizi sormontato da una torretta che ne segna l’ingresso dominando la piazza antistante.

Già pochi decenni dopo la sua costruzione il Caravanserraglio di Asmara iniziò però a perdere rapidamente importanza a causa della diffusione dei camion e del rafforzamento della rete stradale in funzione dell’invasione dell’Etiopia; le carovane di cammelli non erano più il mezzo di trasporto privilegiato e la struttura cadde in parziale disuso.

Un’ampia area vuota e inutilizzata ai margini del centro urbano difficilmente riesce a sopravvivere lungamente alla speculazione edilizia, tuttavia quel largo spiazzo polveroso iniziò a essere lentamente occupato da piccoli depositi, ferrivecchi e officine artigianali che piano piano ne colonizzarono ogni angolo, creando una sorta di grande quartiere produttivo spontaneo e vivace.

Negli anni difficili della resistenza, specialmente quando il popolo Eritreo era abbandonato da tutti nella sua lotta per l’indipendenza, si rese necessario sviluppare un’economia quasi autarchica, basata sul riuso e sul recupero creativo di ogni cosa.

Il caravanserraglio divenne ben presto il cuore pulsante di questa nuova tendenza, e dopo decenni è ancora un frenetico e brulicante monumento alla creatività e al riuso.

Il frastuono ritmato e incessante dei colpi di martello è la colonna sonora assordante di tutto il caravanserraglio.

Lo spiazzo centrale è stato suddiviso in strade parallele. Come nelle città medievali su ogni via si affacciano laboratori specializzati in specifiche attività, a seconda del materiale che viene lavorato.

Nell’area dei falegnami il legno di recupero raccolto in città viene riassemblato a formare mobili o piccoli oggetti, poco distante le camere d’aria logore trovano nuova vita come elastici o guarnizioni, alcune botteghe tracimano di pezzi meccanici, montagne di ingranaggi di chissà quali fiat anteguerra che attendono di tornare utili.

Nel piazzale dei lattonieri in mezzo a un frastuono infernale i bidoni, le lamiere zincate, latte d’olio o di alimentari diventano grondaie, fornelli o utensili da cucina senza bisogno di una saldatura.

All’ingresso e nelle strade circostanti fiumi di persone arrivano con oggetti improponibili: copertoni di cui non resta neppure un centimetro intero, lattine di birra, logore cassette di legno, qualcuno li comprerà per pochi Nakfa e saprà di certo inventare qualcosa.  

Interi veicoli vengono completamente smantellati in poche ore, qualsiasi ritaglio di lamiera, qualsiasi bullone, trova il suo posto in una piccola bottega specializzata.

A un occhio inesperto il tutto appare come un caos inestricabile di oggetti da buttare, osservando meglio però ci si accorge che ogni venditore è specializzato nel recupero e nella riparazione/rivendita di pezzi specifici, principalmente riguardanti autoveicoli.

Incontriamo quindi bancarelle specializzate in sospensioni, in cui si accumulano montagne di balestre e molle esauste di ogni dimensione, altre ingombre di torri di cerchioni di qualsiasi misura o di lunghi tubi di marmitta, alcune addirittura rivendono esclusivamente pezzi per biciclette.

Poco distante in un’area più tranquilla in cui le donne avvolte in lunghi abiti bianchi sono la maggioranza si concentrano i mulini e le botteghe in cui si prepara il berberè: piccole stanze in muratura al cui interno tutto è ricoperto da una coltre rossastra di peperoncino e spezie macinate.

Oltre alla geniale capacità di recuperare e ridare nuove funzioni a un’enorme varietà di materiali di scarto gli artigiani del caravanserraglio producono spesso oggetti di indubbio valore estetico, selezionando sapientemente i colori degli oggetti riciclati in modo da creare accostamenti e contrasti suggestivi e sempre diversi.

Tutto al caravanserraglio ha un valore, tutto ha un possibile riuso: il suo portone è l’ingresso a una sorta di straordinario e meraviglioso apparato digerente in cui qualsiasi cosa viene smembrata e metabolizzata per recuperarne nuova energia.

Federico Monica

Architetto e PhD in Tecnica e Pianificazione Urbanistica. Appassionato di Africa e fondatore di Taxibrousse mi occupo da oltre dieci anni di slum e insediamenti informali, autocostruzione, materiali e tecnologie povere.


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TaxiBrousse è uno studio che sviluppa progetti e consulenze di ingegneria, architettura, urban planning e ambiente per la cooperazione internazionale

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